Intervista ad Anna Laura Longo
a cura di Maria De Salvo

Pianoforti eterocliti è il titolo di una tua indagine sonora e artistico-visuale nella quale porti avanti un discorso meticoloso sul gesto. Un gesto che definisci inedito e potenzialmente significativo. Puoi parlarci di questo progetto?
La fabbricazione di un corpo performativo inevitabilmente induce ad attraversare uno stato, a vivere un passaggio che possa immettere in una coscienza del fare e in una sorta di fagocitazione temporale costruttiva, dove la coesione tra slancio uditivo, visivo e gestuale riesca facilmente a imprimere un segno indelebile.
Nel progetto intitolato Pianoforti eterocliti sto lavorando proprio in questa direzione. È sempre utile porre alla base di ciascun percorso la variazione e la vitalità delle domande. Il tutto unito a una disponibilità reale a scendere – e quindi a vivere – in quell’organicità sorgiva e aperta, che volta per volta può collegarsi con la fermezza di un necessario impulso di rottura o con un’estesa esplorazione, che sia basata su una coerente consequenzialità artistica ed esperienziale.
Il riferimento, in termini di consequenzialità, può riguardare chiaramente le acquisizioni e le riformulazioni di ipotesi derivanti dal passato. Le numerose scelte spaziali, sonore e oggettuali che io metto in campo- di tipo strumentale e non solo- si trasformano automaticamente in scelte “ritmiche” e fortemente dinamiche nella misura in cui esse si ritrovano ad alimentare l’attraversamento e l’indagine stessa, ponendo a confronto slancio e porosità mentale e fisica, attraverso un movimento di scioltezza continua.
È proprio a partire da questa scioltezza che è possibile approdare a una concreta ampiezza dell’ascolto?
Si tratta di una strada possibile. Ma è pur sempre una tra le tante strade. Il tipo di scioltezza a cui mi riferisco può addentrarsi nel vissuto, lasciando sviluppare una vera e propria ambientazione o può invece immettere all’interno di una scorrevole imprevedibilità. In ogni caso la profondità del gesto inedito condurrà spontaneamente verso una fabbricazione dell’ascolto trasformante e trasformativo, che si ponga anche come ascolto di sé. Il risultato potrà essere confortevole o fascinosamente disarticolato. Il gesto significativo sarà pur sempre garante di una magica travolgenza.
Da alcune settimane ha raggiunto la Spagna il terzo esemplare di Exfoliacion2. Questa tua opera in cui compaiono diversi tipi di residui gelatinosi, verrà conosciuta nel Centro Documentacion del Museo Reina Sofia di Madrid. Quale legame hai stabilito con questo luogo storico deputato all’arte?
Ho avuto modo di visitare per la prima volta il Museo e Centro de Arte Reina Sofia di Madrid diversi anni fa, ricevendo un impatto molto positivo, che ha lasciato in me diversi spunti invoglianti. Era presente in quel frangente di tempo una personale di Cristina Iglesias intitolata Metonimia, comprendente circa cinquanta opere: probabilmente la maggiore retrospettiva organizzata, almeno fino a quel momento. Le strutture create da quest’artista abbandonano il mondo utilitaristico inserendosi in mondi fittizi, convertendosi in scenografie in grado di propiziare un’osservazione riflessiva. Si ritrova alla base un’incessante inquietudine e uno studio di una grande varietà di materiali come alabastro, cemento, bronzo, cristallo, resina, alluminio. Anche l’acqua diviene elemento scultoreo. Esistono molti aspetti di vicinanza artistica che sento di poter approfondire, soprattutto le investigazioni oggettuali che si pongono in relazione con lo spazio e con l’ambiente, il legame che può stabilirsi tra realtà e apparenza. O ancora gli sconfinamenti in zone di irrealtà. Le installazioni imponenti che trovai in quel momento sono rimaste con chiarezza tra i miei ricordi e nel mio vissuto (alimentando l’immaginario). La grandiosità di una struttura è sicuramente un lascito per la memoria, non solo visiva, ma anche fisica ed esperienziale. L’avvolgenza poderosa che può scaturire da un’installazione o da un insieme di installazioni o impianti scultorei porta più che mai a maturazione una forma energica di coinvolgimento. Il dispiegamento del peso, la sostanza della gravità e, nello stesso tempo, la verticalità slanciata sono tutti fattori abbondantemente indagati, negli anni e anche nei secoli, ma non cessano di tornare a scuoterci e sommergerci.
Il Centro Documentación è parte integrante del Museo ed è stato costruito su disegno di Jean Nouvel, un architetto che apprezzo e seguo da tempo, particolarmente attento ai volumi e alle loro strabilianti trasformazioni. Il lavoro che io presento in questa circostanza verte proprio su delle ipotesi volumetriche ( trattasi di micro-volumetrie racchiuse nelle fattezze di un libro) con una restituzione di alcuni studi particolareggiati sulle asperità. È un gran piacere quindi essere presente in questo luogo con una mia opera, che offre ai fruitori dei veri e propri lasciti corpuscolari.
Stanno avendo un buon riscontro anche in alcuni paesi latino-americani i tuoi progetti multisensoriali che presentano riflessioni sul supporto e che portano alla ribalta vere e proprie materializzazioni e lasciti corpuscolari, come tu hai appena raccontato.
Ho utilizzato in una mia performance una frase di Roland Barthes che dice così: ” La scrittura attinge infatti a una mitologia dell’invenzione. La scrittura, per il suo stesso introdursi nello spazio del supporto (pietra o foglio), assume a titolo proprio la natura di sequenza. In uno stesso campo culturale o storico, scritture si disgiungono o si generano da altre scritture”. Per quanto concerne le mie attuali fasi di creazione e di sviluppo di scritture atipiche mi incuriosiscono supporti e strutture in elastan, materiali come fibre, gomme e poi permane in me l’interesse e la preferenza per il ferro, i materiali organici, i tessuti dalle trame insolite e particolarmente visibili: sono tutte scelte che vertono su una concreta malleabilità e che, tra l’altro, inducono verso un’indagine e una possibile immissione nell’ignoto.
Per quanto riguarda l’America Latina le tappe più recenti sono state il Venezuela e il Messico. Ma colgo l’occasione per annunciare a breve la presenza di un mio lavoro anche presso il Museo de Arte Moderno di Buenos Aires, in Argentina. Entro il mese di luglio avrò modo di inviare i materiali. Si tratta per l’appunto di materializzazioni e lasciti corpuscolari, che compongono un poema residuale in espansione. Mi piace anche ricordare che tutti questi progetti visivi includono inevitabilmente delle costruzioni e produzioni sonore: le mie performance musicali avvengono infatti attualmente anche attraverso estratti video o con restituzioni audio, volta per volta differenti, che possono utilmente affiancarsi alla presenza di opere visive, come già detto.
E veniamo a Declinazioni del timbro: è questo il titolo della tua quinta raccolta poetica pubblicata recentemente da Campanotto editore.
Declinazioni del timbro si snoda lungo un tempo-strada fluente e inarrestabile, ma non mancano brevi e fugaci folgorazioni, racchiuse in quello che io definisco un istante-alveare. Il libro si fonda tutto sommato su un’apertura dei margini e su una possibile esplorazione degli spazi interstiziali che riguardano le parole, le immagini vissute o prodotte, i mondi o micro-mondi osservati e più o meno introiettati. Gli incroci e le intersezioni che interessano gli spazi fisicamente attraversabili si ritrovano anche all’interno dell’esperienza di lettura, nell’ascolto e in quell’utile disposizione a vivere un tempo non condensato Penso a questi scambi come a un qualcosa di fortemente biologico, sono scambi animati da impulsi che, a tutti gli effetti, risultano paragonabili a quelli che interessano i tessuti cellulari.
Nelle pagine del mio libro prendono vita dei guizzi di colore che descrivono un movimento ascendente e opaco. Ho introdotto in particolare alcune scritture brevi, quasi guizzi pittorici per l’appunto, che risentono di indagini monocromatiche (su cui io stessa ho lavorato attraverso materiali ovattati, spugne, feltro ecc.). Gli affioramenti poetici che ho messo in campo prevedono apparizioni e repentine incorporazioni istantanee del grigio, del verde, del giallo, del cobalto. Ovviamente attraverso la lettura si potrà più facilmente cogliere il senso di queste suggestioni legate alla vitalità intrinseca delle colorazioni. La libertà dei tratteggi a cui faccio riferimento riporta chiaramente in direzione dell’esistenza.
Anche gli elementi architettonici introdotti nei versi acquistano una grande importanza e vanno a formulare un particolare assetto urbano, che risulta essere un’eco della mutazione sociale in corso. Il riferimento al suono è implicito nel titolo e si affida propriamente al timbro. Ai lettori e alle lettrici chiedo per l’appunto un affidamento.
Le tue sono scritture analitiche dove in qualche modo risuonano anche i materiali, alla ricerca di una suggestione sensoriale atipica e soprattutto ampliata.
Vetro, sassi, cemento, legno, sono di certo delle autentiche presenze: i corpi e i materiali possono essere dotati di risonanze qualitative e possono anzi trasformarsi in linee-guida o in veri e propri appigli visivi e sensoriali, rientrando nel percorso di lettura e di conoscenza .Nella precedente raccolta avevo ad esempio sviluppato una “risonanza” del rame, attraverso i versi seguenti: Nottetempo il viale appare ossuto/sottilmente ricoperto di rame.
E più avanti: Le sfumature del rame/ sfiorano panche termosaldate.
Un ulteriore riferimento e approfondimento poetico riguardava dei legni scuri pregiati e inoltre la bellezza delle pietre dure. Nei nuovi testi inclusi in Declinazioni del timbro ho inoltre provato a lavorare su una sorta di progettazione di “nicchie corporee”: cartilagini, denti, collo, braccio (arguto), bocca (drastica e investigativa) divengono zone paesaggistiche poeticamente fatte oggetto di rivalutazioni continue.
In questa mia ricostruzione corporea – a tratti evanescente ma, altre volte, sottoposta a uno sguardo prettamente scultoreo- prende forma una tassonomia del volto. Il volto è visto nuovamente come presenza, ma è totalmente scevro da una qualche impronta di staticità. Nel testo intitolato Come torrenti i volti avanzano, inserito nella precedente raccolta, i volti appartenevano propriamente a gruppi e popoli. E infatti affiorava un concetto per me davvero importante, quello dell’ eterogeneità delle lotte riconducibili a forme di aggregazione.
In questo caso è predominante una lunga forza vettoriale che va a determinare invece un focus su un volto più individualizzato, attraverso un’organizzazione sequenziale che passa da un volto libero e incombente, a un volto assente poi sommerso e, infine, immesso nell’invisibile. Una diversa energia circola tra i versi e riconduce alla complessità e profondità della ricerca personale, che caratterizza la o le strade dell’individuo.
Mi interessa proporre ora una domanda sul tatto e chiederti quanta rilevanza attribuisci a questo aspetto, che mi sembra essere particolarmente vivo e presente, al punto da alimentare buona parte delle tue ricerche.
Si tratta di un riferimento ineludibile. Tutto il mio percorso si basa su delle possibili qualità esperienziali e inoltre su una materialità dei dettagli. È interessante il fatto che io sia reduce –proprio in questi giorni- da una lettura del numero 1073 delle rivista Domus (relativa al mese di maggio 2023) che contiene un dossier intitolato “Il regno aptico”. Esso è definito per l’appunto dal tatto.
La parola “aptico” fu coniata, come è possibile leggere nelle pagine della rivista, dal filosofo tedesco Max Dessoir. Quando il dominio aptico si spalanca l’esperienza sensoriale si intensifica.
E, da quanto si evince dalla lettura, l’architettura dovrebbe assolutamente tener conto degli altri sensi. Questo fatto interessa a ben vedere anche le arti e i differenti linguaggi. Merita un’appropriata analisi anche il passaggio in cui si accenna all’imperfezione, vista come un fattore decisivo e non controllabile. “L’imperfezione svela la natura dei materiali.”
Tornando al mio lavoro mi piace pensare che esso sia frutto di una condizione pienamente palpabile. Persino la parola, secondo il mio punto di vista, può detenere un buon grado di palpabilità e di afferrabilità, più o meno sommessa (non mi riferisco in questo caso alla sua intelligibilità).
Mi piace in sostanza parlare di un coefficiente di espansione che parta proprio dalla parola e dal suono per poi raggiungere l’oggetto (oggetto d’arte oppure oggetto desunto dal quotidiano). Il tutto si traduce evidentemente in un ventaglio di esperienze, che abbiano un senso in termini di matericità, ma anche una sorta di corposità evocativa.
Esperienze dunque connesse con forme diversificate o alterne di tangibilità, aperte e cangianti.
Fine parte prima (l’intervista continua)
La seconda parte verrà proposta entro il mese di luglio 2023
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