La profondità del gesto inedito nelle ricerche sonore e nelle arti visive
Intervista ad Anna Laura Longo
a cura di Maria De Salvo

Nel testo poetico che hai voluto dedicare a Jannis Kounellis è presente il termine “realità”, potrebbe sembrare un refuso, ma ovviamente non lo è affatto …
Kounellis è scomparso nell’anno 2017: mi ha molto toccata la sua morte. Ho soprattutto ammirato l‘integrità artistica che ha caratterizzato la vita di quest’uomo, dotato di una formidabile capacità, quella di scendere capillarmente nella sostanza e nel corpo della materia per illuminarla, restituendoci una solennità spartana, a mio avviso molto profonda.
Tornando alla domanda, posso proseguire dicendo che, negli anni precedenti la sua scomparsa, avevo iniziato, con una certa assiduità, ad ascoltare alcune interviste con lo scopo di approfondire delle sottigliezze inerenti il timbro della voce. Il suo eloquio riusciva a trasmettermi facilmente la solidità delle intenzioni sottese. Una solidità ardua, poiché coraggiosa, circondata da una natura potentemente sincera.
In occasione di questi ripetuti ascolti ho avuto modo di constatare come, in luogo della parola realtà, Kounellis facesse uso sistematicamente della parola realità (una sorta di neologismo o stortura dell’italiano, riconducibile probabilmente al francese réalité e allo spagnolo realidad). Nel mio testo dunque, che si intitola Insigni tracce, profondità, misteri, quella scelta lessicale vuole essere un omaggio vero e proprio, quasi un filamento verbale, che riconduce in direzione della persona e, in ogni caso, nel novero dell’esistenza.
Un’esistenza che io definisco una danza magica e inabituale. Il mistero, in Kounellis, l’ho trovato inoltre racchiuso nella densità dello sguardo.
Vorrei aggiungere che, il senso unitario del suo lavoro, in qualche modo, è avvolto da un aspetto di transitorietà molto interessante e questo è un fatto particolarmente umano.
Lo splendore transitorio di un’opera può essere di qualche insegnamento. La rinuncia al mercato, anche in forma parziale e il fatto che molte delle sue installazioni non potessero essere vendute, per scelta o a causa di situazioni contingenti (i cavalli-amava dire – non possono esser venduti o posizionati in un salotto o in una camera di un facoltoso/a collezionista), sono elementi che vanno a formulare sicuramente un marchio di libertà.
In uno dei tuoi Corollari intrepidi affronti proprio il tema dell’addio. In particolare parli dell’addio incisivo, “che preme sulla s-regolazione delle vicende umane”.
In verità anche in un testo precedente, intitolato Si viene toccati da acide asportazioni, mi muovevo intorno a questo argomento. Con circospezione, poiché quello dell’addio è un tema delicato e complesso. Porta con sé una traccia in parte struggente e in parte furibonda e, forse, un’ombra, quella della fragilità umana. Probabilmente l’addio si inscrive in una sorta di restringimento momentaneo dei confini : esso si incunea in una traiettoria temporale che presenta un cedimento. Una traiettoria che si ritrova ad avere improvvisamente non una naturale rotondità, ma più facilmente una spigolosità.
Se si volesse inquadrare il tema dell’addio sotto il profilo musicale, sarebbe indispensabile far riferimento alla drasticità che lo caratterizza. Una drasticità tesa verso l’interruzione dello scambio, accompagnata al fatto che ci possa essere un vero e proprio annullamento.
Forse non energetico, in verità, ma di certo legato alla questione dell’assenza fisica e tutto ciò, di per sé, costituisce un fatto di un’incisività notevole.
Nell’ambito della letteratura pianistica è decisamente celebre la Sonata n.26 di L. van Beethoven, che si accompagna alla dicitura Les Adieux, riguardante in modo specifico il primo movimento, in cui viene mirabilmente enucleato tutto il peso e la gravità di questo tema. Nella letteratura e nelle arti visive affiorano molti altri esempi a riguardo.
Siamo soliti identificare Edvard Munch con il quadro L’urlo. Fermo restando che non andrebbe mai identificato o cristallizzato il portato di un artista solamente restando a ridosso di una o poche opere di riferimento, poiché inevitabilmente si sconfinerebbe in un’imperdonabile semplificazione, può essere tuttavia qui ricordato il necessitante bisogno di restituzione del senso di vuoto, sviluppato dall’artista norvegese, anche nel dipinto intitolato Separazione.
L’addio è in sintesi un evento stringente, la pressione lapidaria e drastica che va a produrre ha chiaramente un’eco e una conseguenza per la vita e per la memoria.
Le tue riflessioni attuali, in vista di nuove azioni performative, si concentrano sulla qualità degli stati confidenziali.
Mi interessa più che altro la credibilità degli stati confidenziali e l’unicità che li accompagna. Questa unicità – quando presente-può determinare un involucro di originale bellezza.
Gli stati confidenziali riguardano in primis le relazioni umane, ma può esserci un’espansione poetica in direzione degli ambienti (visitati e vissuti). La con-fidenza, può inoltre entrare nelle pieghe dell’operatività umana e dunque nei gesti ad essa correlati o nelle sfaccettature del tempo, andando a rimarcare alcuni peculiari momenti, circondati – a seconda dei casi -da spontaneità, intensità, spessore, leggerezza oppure degni di risalto poiché collegati ad accadimenti salienti. La relazione con le cose che ci circondano non è certo lontana da questi margini, che sono anche margini di conoscenza. Ho fatto un accenno alla credibilità degli stati confidenziali ma, a ben vedere, ciò che può davvero contare è anche la loro riconoscibilità. E quindi la possibilità che possa esserci una nostra vaga opzione di sorveglianza, in vista di una possibile consapevolezza.
C’è poi l’aspetto della musicalità insita negli stati confidenziali e il fatto che essi possano essere inscritti in uno spazio di esiguità, che può renderli, di per sé, preziosi. Non credo sia possibile infatti valutarli in termini quantitativi.
L’abbondanza non sempre mi colpisce e, soprattutto, la domanda che mi pongo (o che antepongo ad alcuni dei miei discorsi), spesso, è questa: quale abbondanza vogliamo promuovere e perché?
Ci offri una definizione breve del tempo improvvisativo, riconducibile alla pienezza di una performance, ma ricollegabile anche all’azione quotidiana?
Il tempo improvvisativo può essere un tempo mirabile e ruvido al contempo, in parte incantatorio. È in fondo un’ipotesi di possibile apertura sul mondo.
Soffermandoci nuovamente sulla creazione sonora potresti darci degli indizi per avvicinarci alla conoscenza delle tue Musiche striate?
Ho lavorato a partire dall’estate 2022 a diverse Musiche striate, mentre ero intenta a recuperare e riportare a galla alcuni pannelli in eco-pelle dorata e di colore nero (opaco e lucido) da utilizzare in un contesto espositivo. Le nervature da me prodotte su questi pannelli ho cercato di farle risuonare anche mediante le corde del pianoforte, alla ricerca di striature pianistiche che si affiancassero a quelle del progetto visivo. Viene abbandonata in questo percorso sonoro l’idea di limpidezza e, anzi, viene privilegiata una certa graniticità che dà luogo a suoni rauchi, quasi incastri veri e propri determinati da un certo slancio gestuale. L’approccio sferzante e dinamico tuttavia si affianca a episodi di delicatezza. All’interno di queste musiche sono inoltre stati da me inseriti degli “innesti poetici”. Un mélange di situazioni e apporti per generare una libera distorsione costruttiva.
Hai portato in alcuni festival di danza il tuo libro-organismo “Ton sur Ton” di grandi dimensioni intitolato Vision blanche e ora c’è un nuovo progetto di approfondimento sul gesto coreografico.
Vision Blanche ha avuto un’esposizione a Pesaro, nell’ambito dell’HangartFest, a Parigi, durante il festival Signes de Printemps poi a Lione, nel corso della Biennale de la Danse e a Pantin, nel festival Camping. Quattro situazioni estremamente diversificate, grazie a cui ho avuto modo di sviluppare delle piste di riflessione riguardanti il posizionamento ( e le sue variabili), la fruibilità, la gestione dello spazio e molto altro.
Nel nuovo progetto intitolato Materializzazioni di un flusso danzante continuo a immergermi in una ricerca che va nel cuore del movimento: la fermezza ma anche l’approssimazione ( o non-compiutezza) del gesto o, ancora,la sua attivazione – piú in generale – attraggono il mio sguardo da un punto di vista estetico e mi interessano in uguale misura. Possono infatti guidare verso una pluralità di risposte.
Dal punto di vista della costruzione artistica vera e propria non mi inserisco in una celebrazione del movimento fine a sé stessa, di tipo apologetico, e neppure in una formula meramente rappresentativa. Ciò che mi incuriosisce e che, pertanto, direziona le mie indagini è invece il rilevamento della spinta o esigenza interiore, che conduce all’avvio- anzitutto – del movimento. Un movimento che poi diviene – o può divenire – costruzione artistica ( mi piace pensare a un vero e proprio “sibilo” riguardante l’esigenza interiore ).
Musicalmente mi interessa molto il movimento visto come “vicissitudine”, che possa condurre verso la produzione di un suono multi-sfaccettato o verso un atto performativo possibilmente rinnovato.
Quali tematiche sono state affrontate nei tuoi recenti seminari e laboratori di formazione musicale e artistica ?
Si sono appena conclusi, grazie a un manipolo di allieve e allievi adulti, alcuni incontri di guida all’Ascolto incentrati su figure di compositori e compositrici tra cui Philippe Manoury, Iannis Xenakis, Betsy Jolas. Un itinerario specifico è stato poi sviluppato intorno alla toccata tastieristica, partendo dal passato e raggiungendo la contemporaneità. Un ulteriore approfondimento ha interessato i ritmi polimetrici, attraverso una riscoperta mediata dal movimento. Anche alla formazione pianistica vera e propria è dedicata una parte del mio tempo e della mia progettualità. Per quanto concerne gli incontri sul tema dell’Ascolto mi interessa promuovere un possibile ascolto rigoglioso. La rigogliosità è legata alla vita e alla salubrità delle piante: mi piace stabilire questa sottile correlazione tra ambiti solo apparentemente non contigui.
Sei reduce da un duplice sopralluogo nella città di Torino. Hai avuto modo di stabilire delle sintonie artistiche particolari?
Ho raggiunto Torino per alcuni impegni professionali e per stringere accordi con alcuni rappresentati di realtà culturali, con cui collaborerò prossimamente. Ma mi sono anche lasciata coinvolgere da alcune situazioni in loco. Tra le altre cose mi sono tuffata nella mostra dedicata alla scultura del Novecento, presente nella Gam e intitolata Viaggio al termine della statuaria, che conduce al di fuori dallo statuto della scultura del passato, avvicinando a visioni anche disarmoniche, con opzioni linguistiche che rendono conto dei tempi più o meno recenti. Poi nel Castello di Rivoli ho potuto rapportarmi con le opere di Olafur Eliasson . Di seguito segnalo un mio resoconto in proposito.
In conclusione: esistono, secondo il tuo punto di vista, dei nuovi tentativi da compiere per dare risalto alle pratiche artistiche e musicali, cercando di farle agire sulla quotidianità?
Il mio tentativo prova a spingersi verso possibili pensieri caleidoscopici, che siano in grado di determinare scelte altrettanto caleidoscopiche, di natura artistica ma tali da penetrare nella quotidianità. Attraverso una forma di agevolazione ergonomica.
Un’ergonomia del vissuto ( e dei vissuti altrui ) può di certo interessarmi. Spero sia non solo progettabile, ma gradatamente costruibile. In termini individuali e attraverso ingranaggi collettivi.
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