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Il valore del mistero

Quella che mi accingo a condividere non è affatto una recensione o non propriamente una recensione, bensí un arcipelago misto e condensato, che consta di parole variamente organizzate [a mo’ di libera costruzione apparentemente intangibile (quasi un “arbusto” di riflessioni sparse, ma consequenziali)].

In sostanza desidero proporre una sequenza – miscela di considerazioni perimetrali, ricollegabili nell’insieme al brano intitolato La misteriosa voce di Skip James, che porta la firma di Federico Costanza. Ed è mia intenzione parlare, a tale proposito, del valore del mistero, che accerchia i suoi suoni, con elaborazioni annesse.

Avvicinarsi,nel titolo, all’uso del termine voce, avendo consequenzialmente come ispirazione proprio il riferimento vocale, all’interno di un costrutto sonoro elaborato e esteso, vuol forse dire ricercare congiuntamente una prossimità, ma anche una vaga lontananza, con l’identificazione umana.

Identificazione e dis-identificazione viaggiano talvolta di pari passo?

Proviamo dunque a mettere in conto sprazzi di compresenze + verosimili assunti e/o intenzioni stabili e persino furvianti. {Le congiunzioni del resto sono parte del nostro vivere [ del nostro credere ( o del nostro rapportarci al mondo)]}.

Tuttavia se di voce occorre parlare – pur come parametro di ispirazione – bisognerà pur sempre risalire a quelle che sono le “prerogative” umane, per arrivare a intendere la voce stessa come sostanza [di certo udibile, variamente afferrabile, spianata o accidentata, pianeggiante o scabra, in ogni caso estesa (in accensione o in rapido spegnimento)].

Per contrasto, rimanendo super-attivi e immersi proprio attraverso le nostre mutevoli e arcuate dimestichezze uditive, sarà utile presupporre e riconoscere anche un portato esile del mezzovoce.

Ovvero spingersi ad avvertire il differente peso di una voce, nel nostro caso sempre soltanto evocata e aleggiante – e purtuttavia inseguibile idealmente – da vedersi come tessuto o trama invisibile [evanescente, labile, fuorviante, sorgiva, scenica ma non circoscrivibile (agganciabile eventualmente – nella sua levità o possibile vaghezza- alla curvatura instabile del nostro vivere )].

Ebbene: fornire alla voce cosí variamente tipizzata, un ulteriore elemento di risalto, e in particolare un’aggiunta in termini di mistero o, potremmo dire, costruirle intorno un tangibile manto di mistero ( per pervenire a una configurazione di una “misteriosa voce” per l’appunto), può condurre verosimilmente a stabilire un contatto diretto o indiretto con quelle che sono le ombrosità o le ambiguità tentacolari riguardanti le zone del recondito.

Incamminarsi nelle zone del recondito – musicalmente e non – può condurre a lasciar accendere le numerose sospensioni e diffrazioni essenziali legate sommariamente al costruire e al conoscere.

Del resto, nelle “sacche” del mistero, si agitano (piú spesso) e si placano (a volte) le molteplicità delle intenzioni umane non evidenziabili, dunque soggiacenti, seppur animate da una presumibile sussistenza.

E cosí, procedendo in avanti, posso giungere a dire che, nel brano in questione, musicalmente ho riscontrato una delicata labilità incantatoria che riconduce a una matrice folk, rivissuta e ricompattata con evidenza in chiave contemporanea e dove mi sembra venga positivamente ricercata una composizione/de- composizione nella quale la suddetta voce ispirante, soprattutto nella sua trama apparentemente invisibile, possa apparire come un detrito commisurato al tempo, come minimo, in virtù del suo basilare e consustanziale andamento. Detritiche possono essere altresì le ” segnature” e le sfaccettature in cui si incanala o si dipana il suono in virtù delle ripartizioni, estensioni e/o durate che gli appartengono.

Il detrito, agganciato al suddetto riferimento vocale, in questo caso, vive di una totale trasposizione e si affida prioritariamente alla chitarra elettrica (interprete Carlo Siega). Un dettato longilineo accende in noi delle possibili sorveglianze, tali da non lasciare mai esausto l’orecchio, indirizzandolo anzi verso nuove aperture o implosioni invisibili.

Mi piace pensare che si possa entrare in modi disparati nelle procedure temporali – sonore o meno- e che queste procedure possano riuscire a suscitare o generare un andamento satellitare, proprio lí dove si ritrova ad essere vigente, per l’appunto,una disamina { del suono [ del suono- tempo, del suono- filo ( filo di vita, filo di speranza avvertibile, filo di dissolvimenti varii o di maturazioni in cammino )]}.

Accanto al valore del mistero quel gentile filo del suono può porsi come potenzialmente estendibile.

Concludo con una domanda: La misteriosa voce di Skip James è o può essere la misteriosa voce di Federico Costanza?

Questo contributo richiedeva necessariamente parole sparse e spaziosi tempi apparentemente slittanti, ma animati invero da visioni o perturbazioni sotterraneamente poetiche, per chi vorrà coglierne il dettato interno e la segreta ossatura. A ben vedere questa recensione- non- recensione atipica voleva essere { internamente sperimentale [algebricamente avvicinabile al musicabile e dunque ondivaga/ sovversivamente fraseggiante, mistilinea ma vistosamente aperta e limpida nelle intenzioni e demarcazioni sottese)]}.

{[( )]}

Anna Laura Longo

Dicembre 2023