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Interviste

Una ratifica del presente

Conversazione con Anna Laura Longo a cura di Agenzia Sistema

I procedimenti artistici che da diverso tempo metti in campo vanno sempre più definendosi come procedimenti di natura cangiante. In qualità di ricercatrice indipendente e, inoltre, come musicista, artista visiva nonché autrice-performer, stai approdando a forme di attivazione e di operatività oltremodo integrate, vale a dire basate su un vero e proprio potenziamento, che si muove tra teorizzazione e prassi. E così come esponente di una multi-disciplinarità ben caratterizzata stai ultimando i preparativi per partecipare nel mese di dicembre 2025 alla seconda edizione di un Congresso internazionale organizzato presso la UAM (Università Autonoma di Madrid).

L’Università Autonoma di Madrid, per il secondo anno consecutivo, ha organizzato il Congresso Internazionale “Corpi, materia e altri resti” (il titolo originale in lingua spagnola è Cuerpos, materias y otros restos. Aproximaciones interdisciplinares).

L’obiettivo precipuo del congresso sarà quello di riflettere sui modi in cui l’attenzione al corpo – anzitutto come oggetto teorico- abbia influenzato il pensiero contemporaneo, in discipline diverse quali la filosofia, la letteratura, la sociologia, l’antropologia e le arti ma, soprattutto, sarà importante valutare e indagare lo sviluppo e l’evoluzione dell’interesse in questo campo, molto particolareggiato. Sarà presente all’evento, programmato per dicembre, un nucleo di egregi rappresentanti, provenienti da discipline e campi di ricerca ben diversi, proprio per dare un rilievo e un senso specifico alle convergenze interdisciplinari, poste come questioni basilari intorno a cui ruotare (come si può facilmente evincere dal titolo prescelto). È un piacere far parte di un’iniziativa così caratterizzata.

Il mio lavoro, tra l’altro, si inserisce felicemente all’interno di queste dinamiche di studio e di ricerca, poiché da anni sono attiva in termini speculativi e in senso performativo su tali aspetti, o meglio, sono impegnata in un’accezione propriamente artistico-performativa e musicale. Nei miei ambiti di ricerca, questo avviene con una compartecipazione di tipo strumentale (di natura pianistica e soprattutto sperimentale), oppure con un accertamento artistico- gestuale variamente articolato, che può essere frutto anche di un rilevamento e di un approfondimento spaziale o ambientale ma, in ogni caso, poetico.

In definitiva il corpo è da me indagato e osservato dapprima come un sostanziale oggetto teorico, collocabile storicamente nella specificità di un’epoca – ovvero la nostra- ma volta per volta esso viene ad essere da me trasformato, idealmente e fattivamente, in un mezzo agile per una restituzione di un rinnovato impulso di carattere segnatamente performativo. Tutto ciò è fortemente legato alle evoluzioni dei linguaggi contemporanei. Un discorso di tale ampiezza sottolinea i modi molteplici in cui possono essere estrinsecate le azioni. Queste ultime non sono altro che affioramenti che procedono di pari passo con le dinamiche del pensiero nell’oggi. Ogni atto performativo può essere metamorfico e carico di risorse insondate.

Ad essere determinante quindi in questo itinerario è proprio la costruzione e ricostruzione del gesto artistico (riassumendo nel tuo caso si tratta di un gesto artistico-musicale, artistico-poetico e visivo).

Già. Volendo riassumere io mi interesso nello specifico a una variegata conformazione del gesto visto nella sua complessità, quindi a una sua possibile espansione, anche concettualmente intesa e a una non piena, ma solo vaga, replicabilità.

Tutto ciò prevede necessariamente un’imprevedibile e inusitata rivalutazione o ristrutturazione della gestualità stessa, per provvedere a un inserimento e radicamento proficuo all’interno dell’azione o della prassi artistica esplorativa, sia musicale sia extra-musicale.

Mi piace pensare a un ingresso vero e proprio nella sontuosità del presente o, potrei dire, nella variabilità immancabile del presente. Tutto ciò contempla una nuova forma di “compromissione” e una speciale e personale implicazione volta per volta rinnovata. Sempre più spesso sono solita parlare di un’estroversione dell’istante e, dunque, di una ratifica del presente.

L’audacia e l’assertività della propria personale visione sono vicende determinanti per un percorso di ricerca. Ed è importante oltreché auspicabile che chi è dall’altra parte – in ascolto o in osservazione- si affidi agli esiti delle nuove teorie e ricerche e quindi all’eterogeneità delle varie forme di progettualità messe un campo. Senza dubbio va incoraggiato il lavoro di indagine artistica connesso con la contemporaneità.

Quali quesiti poni dunque alla base di questa tua ricerca ed esplorazione così fortemente addentrata nel presente?

Cosa ha da offrirmi il momento presente e quale condensato posso restituire a chi mi è dinanzi? È questo un quesito che mi accompagna con assiduità, sia dal punto vista strumentale e sonoro, sia dal punto di vista extra – strumentale e quindi visivo o segnatamente poetico. Ed è proprio da questo punto di vista che sto sedimentando e dando un’accurata sistematizzazione a importanti ipotesi e ri-formulazioni legate al gesto artistico nella sua complessità, come già indicato.

Tali ipotesi, ci tengo a ribadirlo, si soffermano sul gesto musicale e sulla sua espansione, anche in chiave ermeneutica, ma di lì e più ampiamente, spingo la mia ricerca a ridosso del “flusso gestuale” (è questa l’accezione che mi sta a cuore) che mira ad essere necessariamente qualitativo, agendo all’interno del fatto sonoro o poetico in senso esteso, in una prefigurazione di un dispositivo inusitato. che metta alla prova la sensorialità e ancora meglio la multisensorialità. Anche la progettazione oggettuale rientra assiduamente nei miei processi. Un distacco dalle procedure abituali è per me necessario per compiere passi di indagine, si tratta di passi di autodeterminazione e al contempo di intraprendenza.

È affascinante concentrarmi su un gesto diversamente forgiato o da forgiare ex novo. Per questa ragione, esso viene ad essere da me definito “intrepido”.

Le azioni performative sono dunque sviluppate e tarate prioritariamente sulla mia persona e sul mio sentire. Questo è accaduto anche nel passato, basti pensare alla storia stessa della performance e delle performing arts e, in generale, a figure per lo più audaci, dalla cifra stilistica molto marcata. I punti di riferimento sono davvero numerosi.

Parli spesso di sommovimento, in riferimento al pensiero e all’azione.

Le ipotesi che attraverso e che sto sistematizzando si accompagnano a un concetto elaborativo che contempla anche un focus sulla natura sorgiva del gesto stesso, a sua volta legato alla scrittura anzi alle scritture in senso plurale, e poi alla prassi pianistica e ancora, come già detto, a formulazioni di costrutti o elaborati oggettuali. Retrocedere in direzione dell’istante sorgivo vuol dire cogliere per l’appunto un sommovimento. Il sommovimento lo associo però, proficuamente, a un raccoglimento interiore. Il tutto sempre a partire dal corpo, visto eticamente ed epistemologicamente e, volta per volta, osservato e azionato come un dispositivo inedito, riconoscibile in quanto tale e inoltre materializzato e in ogni caso aperto a uno o più episodi di sommovimento anche dal punto di vista enunciativo.

Si tratta di un lavoro di ricerca certamente profondo e caratterizzato da un’inevitabile ampiezza, che vede come punto di partenza una musicalità variegata ed espansa e un’artisticità altrettanto stratificata, che non può affatto restringersi all’interno di una categoria definita.

Ciò che è stato appreso in tal modo diviene un’incorporazione, che necessita di una nuova forma di ariosità, quindi conduce in direzione di una diversa esplicitazione e visibilità. Sono felice che ci siano riscontri sul piano internazionale. Continuo ad essere seriamente e poeticamente interessata all’esperienza estetica in quanto tale.

All’interno di questa vicenda composita sto anche elaborando dei nuovi modelli di apprendimento di cui possono o potranno beneficiare – è ciò che spero- coloro che seguono i percorsi di formazione da me guidati.

Cosa verrà conosciuto quindi dal pubblico presente a Madrid?

Il congresso avrà luogo nella sala conferenze della Facoltà di Lettere e Filosofia. Porterò alla conoscenza del pubblico delle scritture concettuali-astratte che ho ideato indicativamente a partire dal biennio 2022- 2023 e che ho definito scritture trasformiste o neo-scritture epidermiche, dove l’azione ha la sua origine proprio dalla pelle, dalla sostanza del corpo e lo sviluppo è necessariamente di tipo processuale. Senza dubbio questo aspetto avvicina fortemente le mie procedure al tema trattato. Anche l’aspetto del residuo mi riguarda da vicino. El residuo es Forma / Materializaciones poéticas è il titolo che ho dato sia al testo poetico, posto alla base, sia all’opera di tipo visuale, ma il tutto è anche accompagnato da sperimentazioni pianistiche. Verrà conosciuto in loco proprio questo mio ambito di ricerca. Credo abbia attirato l’attenzione degli organizzatori l’aspetto di originalità insito in questo mio percorso che è tutt’ora in fieri.

Da diverso tempo parlo di materializzazioni poetiche affiancate a sostanziali manifestazioni poetiche e sonore.

In particolar ho prodotto un varco installativo che consta di un libro organismo, rafforzato da un testo teorico- estetico e da un audio collegato a ricerche sonore. Il gesto pianistico e poetico-performativo rinnovato e rinnovante rientra in questi percorsi e, nella mia produzione, esso sta trovando via via una marcata definizione e un impianto molto definito, proprio in termini di strutturazione estetica.

I vari elementi vanno ad unirsi per la determinazione di una peculiare “convergenza” legata al fatto performativo ampliato.

Tutto sommato, nella ricostruzione dei saperi c’è – pur sempre- un riferimento al gesto rivoluzionario.Proprio nelle linee-guida poste alla base del congresso che avrà luogo a Madrid, viene messa in evidenza la consapevolezza che questa attenzione al corpo di cui stiamo parlando e di cui ci si sta interessando sempre più intensamente su scala internazionale, abbia portato a una rivoluzione epistemica, nel modo in cui l’essere umano e la sua relazione con l’altro o con gli altri sia stata concepita, con ampie conseguenze anche etiche, politiche e sociali. Per questa ragione sono stati invitati e invitate al congresso suddetto ricercatrici e ricercatori la cui esplorazione o esperienza affronti questa tematica e, quindi, coloro che cercano deliberatamente dei modi creativi e innovativi di pensare e di portare avanti la ricerca artistica, situandosi adeguatamente a ridosso della nozione di corpo e/o corporeità. La mia voce e i miei procedimenti rientrano proprio in questo ambito di studi. Sono interessata ad entrare in questo dibattito con contributi evidentemente liberi da stereotipi e molto personalizzati. Una nuova visione oppure un’espansione di una visione – o di un sistema – può considerarsi di per sé un gesto rivoluzionario. In questo caso il tutto avviene in un centro di produzione accademica, ma le diramazioni potrebbero esserci altrove, anzi, è indispensabile che si verifichino anche altrove. Ad ogni modo un’epistemologia del gesto e dell’azione e, inoltre, una visione significativamente integrata potrebbero fornire un respiro e una qualche validazione al pensiero contemporaneo. Si tratterà pur sempre di una validazione momentanea. Poiché suscettibile di nuove integrazioni, prossime o future. Questa è la mia opinione.(fine prima parte)

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La profondità del gesto inedito nelle ricerche sonore e nelle arti visive

Intervista ad Anna Laura Longo

a cura di  Maria De Salvo

Pianoforti eterocliti è il titolo di una tua indagine sonora e artistico-visuale nella quale porti avanti un discorso meticoloso sul gesto. Un gesto che definisci inedito e potenzialmente significativo. Puoi parlarci di questo progetto?

La fabbricazione di un corpo performativo inevitabilmente induce ad attraversare uno stato, a vivere un passaggio che possa immettere in una coscienza del fare e in una sorta di fagocitazione temporale costruttiva, dove la coesione tra slancio uditivo, visivo e gestuale riesca facilmente a imprimere un segno indelebile.

 Nel progetto intitolato Pianoforti eterocliti sto lavorando proprio in questa direzione. È sempre utile porre alla base di ciascun percorso la variazione e la vitalità delle domande. Il tutto unito a una disponibilità reale a scendere – e quindi a vivere – in quell’organicità sorgiva e aperta, che volta per volta può collegarsi con la fermezza di un necessario impulso di rottura o con un’estesa esplorazione, che sia basata su una coerente consequenzialità artistica ed esperienziale.

 Il riferimento, in termini di consequenzialità, può riguardare chiaramente le acquisizioni e le riformulazioni di ipotesi derivanti dal passato. Le numerose scelte spaziali, sonore e oggettuali che io metto in campo-  di tipo strumentale e non solo-  si trasformano automaticamente in scelte “ritmiche” e fortemente dinamiche nella misura in cui esse si ritrovano ad alimentare l’attraversamento e l’indagine stessa, ponendo a confronto slancio e porosità mentale e fisica, attraverso un movimento di scioltezza continua.

 È proprio a partire da questa scioltezza che è possibile approdare a una concreta ampiezza dell’ascolto?

Si tratta di una strada possibile. Ma è pur sempre una tra le tante strade.  Il tipo di scioltezza a cui mi riferisco può addentrarsi nel vissuto, lasciando sviluppare una vera e propria ambientazione o può invece immettere all’interno di una scorrevole imprevedibilità. In ogni caso la profondità del gesto inedito condurrà spontaneamente verso una fabbricazione dell’ascolto trasformante e trasformativo, che si ponga anche come ascolto di sé. Il risultato potrà essere confortevole o fascinosamente disarticolato.  Il gesto significativo sarà pur sempre garante di una magica travolgenza.

Da alcune settimane ha raggiunto la Spagna il terzo esemplare di Exfoliacion2. Questa tua opera in cui compaiono diversi tipi di residui gelatinosi, verrà conosciuta nel Centro Documentacion del Museo Reina Sofia di Madrid. Quale legame hai stabilito con questo luogo storico deputato all’arte?

Ho avuto modo di visitare per la prima volta il Museo e Centro de Arte Reina Sofia  di Madrid diversi anni fa,  ricevendo un impatto molto positivo, che ha lasciato in me svariati spunti invoglianti. Era presente in quel frangente di tempo una personale di Cristina Iglesias intitolata Metonimia, comprendente circa cinquanta opere: probabilmente la maggiore retrospettiva organizzata, almeno fino a quel momento. Le strutture create da quest’artista abbandonano il mondo utilitaristico inserendosi in mondi fittizi, convertendosi in scenografie in grado di propiziare un’osservazione riflessiva. Si ritrova alla base un’incessante inquietudine e uno studio di una grande varietà di materiali come alabastro, cemento, bronzo, cristallo, resina, alluminio. Anche l’acqua diviene elemento scultoreo. Esistono molti aspetti di vicinanza artistica che sento di poter approfondire, soprattutto le investigazioni oggettuali che si pongono in relazione con lo spazio e con l’ambiente, il legame che può stabilirsi tra realtà e apparenza. O ancora gli sconfinamenti in zone di irrealtà. Le installazioni imponenti che trovai in quel momento sono rimaste con chiarezza tra i miei ricordi e nel mio vissuto (alimentando l’immaginario). La grandiosità di una struttura è sicuramente un lascito per la memoria, non solo visiva, ma anche fisica ed esperienziale. L’avvolgenza poderosa che può scaturire da un’installazione o da un insieme di installazioni o impianti scultorei porta più che mai a maturazione una forma energica di coinvolgimento. Il dispiegamento del peso, la sostanza della gravità e, nello stesso tempo, la verticalità slanciata sono tutti fattori abbondantemente indagati, negli anni e anche nei secoli, ma non cessano di tornare a scuoterci e sommergerci.

 Il Centro Documentación è parte integrante del Museo ed è stato costruito su disegno di Jean Nouvel, un architetto che apprezzo e seguo da tempo, particolarmente attento ai volumi e alle loro strabilianti trasformazioni. Il lavoro che io presento in questa circostanza verte proprio su delle ipotesi volumetriche ( trattasi di micro-volumetrie racchiuse nelle fattezze di un libro) con una restituzione di alcuni particolareggiati studi sulle asperità. È un gran piacere quindi essere presente in questo luogo con una mia opera, che offre ai fruitori dei veri e propri lasciti corpuscolari.

Stanno avendo un buon riscontro anche in alcuni paesi latino-americani i tuoi progetti multisensoriali, che presentano riflessioni sul supporto e che portano alla ribalta vere e proprie materializzazioni e lasciti corpuscolari, come tu hai appena raccontato.

Ho utilizzato in una mia performance una frase di Roland Barthes che dice così: ” La scrittura attinge infatti a una mitologia dell’invenzione. La scrittura, per il suo stesso introdursi nello spazio del supporto (pietra o foglio), assume a titolo proprio la natura di sequenza. In uno stesso campo culturale o storico, scritture si disgiungono o si generano da altre scritture”.  Per quanto concerne le mie attuali fasi di creazione e di sviluppo di scritture atipiche mi incuriosiscono supporti e strutture in elastan, materiali come fibre, gomme e poi permane in me l’interesse e la preferenza per il ferro, i materiali organici, i tessuti dalle trame insolite e particolarmente visibili: sono tutte scelte che vertono su una concreta malleabilità e che, tra l’altro, inducono verso un’indagine e una possibile immissione nell’ignoto.

Per quanto riguarda l’America Latina le tappe più recenti sono state il Venezuela e il Messico. Ma colgo l’occasione per annunciare a breve la presenza di un mio lavoro anche presso il Museo de Arte Moderno di Buenos Aires, in Argentina. Entro il mese di luglio avrò modo di inviare i materiali. Si tratta per l’appunto di materializzazioni e lasciti corpuscolari, che compongono un poema residuale in espansione. Mi piace anche ricordare che tutti questi progetti visivi includono inevitabilmente delle costruzioni e produzioni sonore: le mie performance musicali avvengono infatti attualmente anche attraverso estratti video o con restituzioni audio, volta per volta differenti, che possono utilmente affiancarsi alla presenza di opere visive, come già detto.

E veniamo a Declinazioni del timbro: è questo il titolo della tua quinta raccolta poetica pubblicata recentemente da Campanotto editore.

Declinazioni del timbro si snoda lungo un tempo-strada fluente e inarrestabile, ma non mancano brevi e fugaci folgorazioni, racchiuse in quello che io definisco un istante-alveare. Il libro si fonda tutto sommato su un’apertura dei margini e su una possibile esplorazione degli spazi interstiziali che riguardano le parole, le immagini vissute o prodotte, i mondi o micro-mondi osservati e più o meno introiettati.

Gli incroci e le intersezioni che interessano gli spazi fisicamente attraversabili si ritrovano anche all’interno dell’esperienza di lettura, nell’ascolto e in quell’utile disposizione a vivere un tempo non condensato Penso a questi scambi come a un qualcosa di fortemente biologico, sono scambi animati da impulsi che, a tutti gli effetti, risultano paragonabili a quelli che interessano i tessuti cellulari.

Nelle pagine del mio libro prendono vita dei guizzi di colore che descrivono un movimento ascendente e opaco. Ho introdotto in particolare alcune scritture brevi, quasi guizzi pittorici per l’appunto, che risentono di indagini monocromatiche (su cui io stessa ho lavorato attraverso materiali ovattati, spugne, feltro ecc.). Gli affioramenti poetici che ho messo in campo prevedono apparizioni e repentine incorporazioni istantanee del grigio, del verde, del giallo, del cobalto. Ovviamente attraverso la lettura si potrà più facilmente cogliere il senso di queste suggestioni legate alla vitalità intrinseca delle colorazioni. La libertà dei tratteggi a cui faccio riferimento riporta chiaramente in direzione dell’esistenza.

Anche gli elementi architettonici introdotti nei versi acquistano una grande importanza e vanno a formulare un particolare assetto urbano, che risulta essere un’eco della mutazione sociale in corso. Il riferimento al suono è implicito nel titolo e si affida propriamente al timbro. Ai lettori e alle lettrici chiedo per l’appunto un affidamento.

Le tue sono scritture analitiche dove  in qualche modo risuonano anche i materiali, alla ricerca di una suggestione sensoriale atipica e soprattutto ampliata.

Vetro, sassi, cemento, legno, sono di certo delle autentiche presenze: i corpi e i materiali possono essere dotati di risonanze qualitative e possono anzi trasformarsi in linee-guida o in veri e propri appigli visivi e sensoriali, integrando il percorso di lettura e di conoscenza .Nella precedente raccolta avevo sviluppato ad esempio una “risonanza” del rame, attraverso i versi seguenti: Nottetempo il viale appare ossuto/sottilmente ricoperto di rame.

E più avanti: Le sfumature del rame/ sfiorano panche termosaldate.

Un ulteriore riferimento e approfondimento poetico riguardava dei legni scuri pregiati e inoltre la bellezza delle pietre dure. Nei nuovi testi inclusi in  Declinazioni del timbro ho inoltre provato a lavorare su una sorta di progettazione di “nicchie corporee”: cartilagini, denti, collo, braccio (arguto), bocca (drastica e investigativa) divengono zone paesaggistiche poeticamente fatte oggetto di rivalutazioni continue.

In questa mia ricostruzione corporea – a tratti evanescente ma altre volte sottoposta a uno sguardo prettamente scultoreo- prende forma una tassonomia del volto.  Il volto è visto nuovamente come presenza, ma è totalmente scevro da una qualche impronta di staticità. Nel testo intitolato Come torrenti i volti avanzano, inserito nella precedente raccolta, i volti appartenevano propriamente a gruppi e popoli. E infatti affiorava un concetto per me davvero importante, quello dell’ eterogeneità delle lotte riconducibili a forme di aggregazione.

In questo caso è predominante una lunga forza vettoriale che va a determinare invece un focus su un volto più individualizzato, attraverso un’organizzazione sequenziale che passa da un volto libero e incombente, a un volto assente poi sommerso e, infine, immesso nell’invisibile. Una diversa energia circola tra i versi e riconduce alla complessità e profondità della ricerca personale, che caratterizza la o le strade dell’individuo.

Mi interessa proporre ora una domanda sul tatto e chiederti quanta rilevanza attribuisci a questo aspetto, che mi sembra essere particolarmente vivo e presente, al punto da alimentare buona parte delle tue ricerche.

Si tratta di un riferimento ineludibileTutto il mio percorso si basa su delle possibili qualità esperienziali e inoltre su una materialità dei dettagli. È interessante il fatto che io sia reduce –proprio in questi giorni-  da una lettura del numero 1073 delle rivista Domus (relativa al mese di maggio 2023) che contiene un dossier intitolato “Il regno aptico”. Esso è definito per l’appunto dal tatto.

La parola “aptico” fu coniata, come è possibile leggere nelle pagine della rivista, dal filosofo tedesco Max Dessoir.  Quando il dominio aptico si spalanca l’esperienza sensoriale si intensifica.

E, da quanto si evince dalla lettura, l’architettura dovrebbe assolutamente tener conto degli altri sensi. Questo fatto interessa a ben vedere anche le arti e i differenti linguaggi. Merita un’approfondita analisi anche il passaggio in cui si accenna all’imperfezione, vista come un fattore decisivo e non controllabile. “L’imperfezione svela la natura dei materiali.”

Tornando al mio lavoro mi piace pensare che esso sia frutto di una condizione pienamente palpabile. Persino la parola, secondo il mio punto di vista, può detenere un buon grado di palpabilità e di afferrabilità, più o meno sommessa (non mi riferisco in questo caso alla sua intelligibilità).

Mi piace in sostanza parlare di un coefficiente di espansione che parta proprio dalla parola e dal suono per poi raggiungere l’oggetto (oggetto d’arte oppure oggetto desunto dal quotidiano). Il tutto si traduce evidentemente in un ventaglio di esperienze, che abbiano un senso in termini di matericità, ma anche una sorta di corposità evocativa.

Esperienze dunque connesse con forme diversificate o alterne di tangibilità, aperte e cangianti.

Nel testo poetico che hai voluto dedicare a Jannis Kounellis è presente il termine “realità”, potrebbe sembrare un refuso, ma ovviamente non lo è affatto …

Kounellis è scomparso nell’anno 2017: mi ha molto toccata la sua morte. Ho soprattutto ammirato l‘integrità artistica che ha caratterizzato la vita di quest’uomo, dotato di una formidabile capacità, quella di scendere capillarmente nella sostanza e nel corpo della materia per illuminarla, restituendoci una solennità spartana, a mio avviso molto profonda.

Tornando alla domanda, posso proseguire dicendo che, negli anni precedenti la sua scomparsa, avevo iniziato, con una certa assiduità, ad ascoltare alcune interviste con lo scopo di approfondire delle sottigliezze inerenti il timbro della voce. Il suo eloquio riusciva a trasmettermi facilmente la solidità delle intenzioni sottese. Una solidità ardua, poiché coraggiosa, circondata da una natura potentemente sincera.

In occasione di questi ripetuti ascolti ho avuto modo di constatare come, in luogo della parola realtà, Kounellis facesse uso sistematicamente della parola realità (una sorta di neologismo o stortura dell’italiano, riconducibile probabilmente al francese realité e allo spagnolo realidad). Nel mio testo dunque, che si intitola Insigni tracce, profondità misteri, quella scelta lessicale vuole essere un omaggio vero e proprio, quasi un filamento verbale, che riconduce in direzione della persona e, in ogni caso, nel novero dell’esistenza.

Un’esistenza che io definisco una danza magica e inabituale. Il mistero, in Kounellis, l’ho trovato inoltre racchiuso nella densità dello sguardo.

Vorrei aggiungere che, il senso unitario del suo lavoro, in qualche modo, è avvolto da un aspetto di transitorietà molto interessante e questo è un fatto particolarmente umano.

Lo splendore transitorio di un’opera può essere di qualche insegnamento. La rinuncia al mercato, anche in forma parziale e il fatto che molte delle sue installazioni non potessero essere vendute, per scelta o a causa di fatti contingenti (i cavalli-amava dire – non possono esser venduti o posizionati in un salotto o in una camera di un facoltoso/a collezionista), sono elementi che vanno a formulare sicuramente un marchio di libertà.

In uno dei tuoi Corollari intrepidi affronti proprio il tema dell’addio. In particolare parli dell’addio incisivo, “che preme sulla s-regolazione delle vicende umane”.

In verità anche in un testo precedente, intitolato Si viene toccati da acide asportazioni, mi muovevo intorno a questo argomento. Con circospezione, poiché l’addio è un tema delicato e complesso. Porta con sé una traccia in parte struggente e in parte furibonda e, forse, un’ombra, quella della fragilità umana. Probabilmente l’addio si inscrive in una sorta di restringimento dei confini : esso si incunea in una traiettoria temporale che presenta un cedimento. Una traiettoria che momentaneamente si ritrova ad avere non una naturale rotondità, ma più facilmente una spigolosità.

Se si volesse inquadrare il tema dell’addio sotto il profilo musicale, sarebbe indispensabile far riferimento alla drasticità che lo caratterizza. Una drasticità tesa verso l’interruzione dello scambio, accompagnata al fatto che ci possa essere un vero e proprio annullamento.

Forse non energetico, in verità, ma di certo legato alla questione dell’assenza fisica e tutto ciò, di per sé, costituisce un fatto di un’incisività notevole.

Nell’ambito della letteratura pianistica è decisamente celebre la Sonata n.26 di L. van Beethoven, che si accompagna alla dicitura Les Adieux, riguardante a tutti gli effetti il primo movimento, in cui viene mirabilmente enucleato tutto il peso e la gravità di questo tema. Nella letteratura e nelle arti visive affiorano molti altri esempi a riguardo.

Siamo soliti identificare Edvard Munch con il quadro L’urlo. Fermo restando che non andrebbe mai identificato o cristallizzato il portato di un artista solamente restando a ridosso di una o poche opere di riferimento, poiché inevitabilmente si sconfinerebbe in un’imperdonabile semplificazione, può essere tuttavia qui ricordato il necessitante bisogno di restituzione del senso di vuoto, sviluppato dall’artista norvegese, anche nel dipinto intitolato Separazione.

L’addio è in sintesi un evento stringente, la pressione lapidaria e drastica che va a produrre ha chiaramente un’eco e una conseguenza per la memoria. Sia che si tratti di una scelta, sia che sia imposto dall’esterno, si inserisce nei margini di una forzatura. Soprattutto è qualcosa di molto lontano da una qualsivoglia forma di desiderabilità spensierata e, in tal senso, è solo in parte – e forse non pienamente- collegato con uno scorrimento del bios.

Le tue riflessioni attuali, in vista di nuove azioni performative, si concentrano sulla qualità degli stati confidenziali.

 Mi interessa più che altro la credibilità degli stati confidenziali e l’unicità che li accompagna. Questa unicità può determinare un involucro di originale bellezza.

Gli stati confidenziali riguardano in primis le relazioni umane, ma può esserci un’espansione poetica in direzione degli ambienti (visitati e vissuti). La con-fidenza, può inoltre entrare nelle pieghe dell’operatività umana e dunque nei gesti ad essa correlati o nelle sfaccettature del tempo, andando a rimarcare alcuni peculiari momenti, circondati – a seconda dei casi -da spontaneità, intensità, spessore, leggerezza oppure degni di risalto poiché collegati ad accadimenti salienti. La relazione con le cose che ci circondano non è certo lontana da questi margini, che sono anche margini di conoscenza. Ho fatto un accenno alla credibilità degli stati confidenziali ma, a ben vedere, ciò che può davvero contare è anche la loro riconoscibilità. E quindi la possibilità che possa esserci una nostra vaga opzione di sorveglianza, in vista di una possibile consapevolezza.

C’è poi l’aspetto della musicalità insita negli stati confidenziali e il fatto che essi possano essere inscritti in uno spazio di esiguità, che può renderli, di per sé, preziosi. Non credo sia possibile infatti valutarli in termini quantitativi.

 L’abbondanza non sempre mi colpisce e, soprattutto, la domanda che mi pongo (o che antepongo ad alcuni dei miei discorsi), spesso, è questa: quale abbondanza vogliamo promuovere e perché?

Ci dai una definizione breve del tempo improvvisativo, riconducibile alla pienezza di una performance, ma ricollegabile anche all’azione quotidiana?

Il tempo improvvisativo può essere un tempo mirabile o ruvido, in parte incantatorio. È in fondo un’ipotesi di possibile apertura sul  mondo.

Soffermandoci nuovamente sulla creazione sonora potresti darci degli indizi per avvicinarci alla conoscenza delle tue Musiche striate?

Ho lavorato a partire dall’estate 2022 a diverse Musiche striate, mentre ero intenta a recuperare e riportare a galla alcuni pannelli in ecopelle dorata e di colore nero (opaco e lucido) da utilizzare in un contesto espositivo. Le nervature da me prodotte su questi pannelli ho cercato di farle risuonare anche mediante le corde del pianoforte, alla ricerca di striature pianistiche che si affiancassero a quelle del progetto visivo. Viene abbandonata in questo percorso sonoro l’idea di limpidezza e, anzi, viene  privilegiata una certa graniticità che dà luogo a suoni rauchi, quasi incastri veri e propri determinati da un certo slancio gestuale. L’approccio sferzante e dinamico tuttavia si affianca a episodi di delicatezza. All’interno di queste musiche sono inoltre  stati da me inseriti degli “innesti poetici” , prodotti attraverso l’uso trasversale di tubi. Un mélange di situazioni e apporti per generare una libera distorsione costruttiva.

Hai portato in alcuni festival di danza il tuo libro-organismo “Ton sur Ton” di grandi dimensioni intitolato Vision blanche e ora c’è un nuovo progetto di approfondimento sul gesto coreografico.

Vision Blanche è stato presente a Pesaro, nell’ambito dell’HangartFest , a Parigi  durante il festival Signes de Printemps poi a Lione,  nel corso della Biennale de la Danse e a Pantin, nel festival Camping. Quattro situazioni estremamente diversificate, grazie a cui ho avuto modo di sviluppare delle piste di riflessione riguardanti il posizionamento, la fruibilità, la gestione dello spazio e molto altro.

Nel nuovo progetto intitolato Materializzazioni di un flusso danzante continuo a immergermi in una ricerca che va nel cuore del movimento: la fermezza ma anche l’approssimazione del gesto e la sua attivazione, piú in generale, attraggono il mio sguardo da un punto di vista estetico  e  mi interessano in uguale misura. Possono infatti guidare verso una pluralità di risposte.

Dal punto di vista  della costruzione artistica vera e propria  non mi inserisco in una celebrazione del movimento fine a sé stessa, di tipo apologetico, e neppure in una formula meramente rappresentativa. Ciò che mi incuriosisce e che, pertanto, direziona le mie indagini è invece il rilevamento della spinta o esigenza interiore, che conduce all’avvio- anzitutto – del movimento. Un movimento che poi diviene – o può divenire – costruzione artistica ( mi piace pensare a un vero e proprio “sibilo” che riguarda l’esigenza interiore ).

Musicalmente mi interessa molto il movimento visto come “vicissitudine”, che possa condurre verso la produzione di un suono  multi-sfaccettato o verso un atto performativo possibilmente rinnovato.

Quali  tematiche sono state affrontate nei tuoi recenti seminari e laboratori di formazione musicale e artistica ?

Si sono appena conclusi con un manipolo di allieve e allievi adulti alcuni incontri incentrati su  figure di compositori e compositrici  tra cui Philippe Manoury,  Iannis Xenakis,  Betsy Jolas. Un itinerario specifico è stato poi sviluppato intorno alla toccata tastieristica, partendo dal passato e raggiungendo la contemporaneità. Un ulteriore approfondimento ha interessato i ritmi polimetrici, attraverso una riscoperta mediata dal movimento.  Anche alla formazione pianistica è dedicato il mio tempo e la mia progettualità. Per quanto concerne gli incontri sul tema dell’Ascolto mi interessa promuovere un possibile ascolto rigoglioso. La rigogliosità è legata alla vita e alla salubrità delle piante, mi piace stabilire questa sottile correlazione tra ambiti solo apparentemente non contigui.

Sei reduce da un duplice sopralluogo nella città di Torino. Hai avuto modo di stabilire delle sintonie artistiche particolari?

Ho raggiunto Torino per alcuni impegni professionali e per stringere accordi con alcuni rappresentati di realtà culturali con cui collaborerò prossimamente. Ma mi sono anche lasciata coinvolgere da alcune situazioni in loco.  Tra le altre cose mi sono tuffata nella mostra dedicata alla scultura del Novecento, presente nella Gam e intitolata Viaggio al termine della statuaria, che conduce al di fuori dallo statuto della scultura del passato, avvicinando a visioni anche disarmoniche, con opzioni linguistiche che rendono conto dei tempi più o meno recenti. E nel Castello di Rivoli ho potuto rapportarmi con le opere di Olafur Eliasson . Di seguito segnalo  un mio resoconto in proposito.

https://www.larecherche.it/testo.asp?Id=3140&Tabella=Articolo&fbclid=IwAR3YMdFEfTjBJFruEAofUvhoRPMho4W4EDmfaifU4WirrpxBoU0uww95nwY

In conclusione: esistono, secondo il tuo punto di vista dei nuovi tentativi da compiere per dare risalto alle pratiche artistiche cercando di farle agire sulla quotidianità?

Il mio tentativo  vorrei conducesse verso possibili pensieri caleidoscopici, che siano in grado di approdare verso scelte altrettanto caleidoscopiche, di natura artistica ma tali da penetrare nella quotidianità.  Attraverso una forma di agevolazione ergonomica.

Un’ergonomia del vissuto ( e dei vissuti altrui ) può di certo interessarmi. Spero sia non solo progettabile, ma gradatamente costruibile. In termini individuali e attraverso ingranaggi collettivi.


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Un dettaglio da Ippocampo

Verso una prospettiva inglobante ( Intervista di Francesca Beltrami ad Anna Laura Longo )                                                                                                                               

Già da qualche anno sei impegnata in un percorso artistico incrociato, che comporta un’effettiva valorizzazione e rivalutazione dei passi. Questo argomento lo stai affrontando da più angolazioni: anzitutto sul profilo performativo, mediante un tuo coinvolgimento artistico diretto, in secondo luogo dal punto di vista installativo (attraverso la creazione di opere e impianti visuali compositi, arricchiti da ricerche sonore) e infine mediante esperienze laboratoriali. Parlaci di questi tre filoni di ricerca.

Il mio principale contributo in relazione alla costruzione di una sorta di apologia e densificazione dei passi si è esplicitato attraverso la configurazione di un’installazione ambientale che può avere – a seconda degli spazi volta per volta messi a disposizione – un carattere imponente o al contrario raccolto. Questa installazione è caratterizzata da un dispiegamento di calzari (quasi un centinaio di paia), che ho deciso di creare gradatamente nel corso di svariati anni attraverso la combustione e la messa in forma di grandi quantitativi di pane. Un lavoro che porta idealmente alla ribalta dei potenziali “passi esistenziali” compiuti da popoli o interi gruppi sociali: donne, bambini e uomini costretti ad affrontare fatiche o ostacoli a causa di guerre, calamità, femminicidi o ancora reduci da esodi e fughe. Il riferimento è purtroppo particolarmente attuale e toccante. Il pane bruciato, esempio residuale di attriti o tensioni affiorate tra individui, etnie o più in generale tra forze contrapposte, genera una particolare e decisa implicazione sul piano visuale e restituisce evidentemente una drammaticità per quanto concerne l’aspetto sensoriale. L’installazione è già stata presentata in forma parziale in alcuni contesti romani come l’Ospedale Santa Maria della Pietà, lo spazio MICRO della Libreria Lo Yeti, Centrale Praeneste (Teatro per le nuove generazioni) e, in forma più estesa, in una delle sale espositive della Casa Internazionale delle Donne. Il tutto si accompagna a una tessitura sonora apposita, in cui i suoni pianistici sono stati da me paragonati a respiri, che lasciano a loro volta trapelare sensazioni umane. Un resoconto di questa specifica esperienza con risvolti anche musicali è presente in uno dei capitoli del mio libro-catalogo Viaggio nell’entroterra [Moviment-azioni pianistiche]. Il titolo della performance vera e propria è invece Lembi di germinazione, nel corso della quale unitamente a letture poetiche offro ai partecipanti, in vassoi o in appositi distributori, del pane fresco simbolo di speranza, sopravvivenza e riappropriazione di vita. I calzari si fanno portatori quindi di una possibile e potente trasfigurazione, inscindibile dal panorama dell’esistenza.

Ci tengo a evidenziare come la valorizzazione dei passi avvenga in questo caso attraverso l’impiego di una vera e propria sineddoche, che prevede l’uso della calzatura in luogo del piede umano, adibito al camminamento. Il tutto comporta delle necessarie sottolineature poetiche e induce a fare i conti con quelli che sono i nostri cardini quotidiani: cibo e sopravvivenza.

Sul piano della scrittura – contemporaneamente ai percorsi appena descritti, che mi vedono direttamente coinvolta dal punto di vista visuale,  performativo e sonoro – sto lavorando alla stesura di un testo dove provvedo a dare una sistematizzazione ai tanti interventi performativi , più o meno celebri, portati avanti da artisti e artiste della contemporaneità, che fanno leva per l’appunto sui passi, con risultati estremamente disparati e variamente coinvolgenti.

Lo spunto è arrivato da una visita avvenuta alcuni anni fa nel Centre Pompidou di Parigi: è lì che ho avuto modo di rapportarmi con un video (Performance Still), ormai divenuto celebre, dell’artista libanese Mona Hatoum, che si incarica di percorrere lunghi tratti di strada a piedi nudi, trasportando e trascinando a terra i suoi anfibi allacciati alle caviglie ( non propriamente indossati ma, invece, trasportati  e trattenuti esternamente rispetto al piede ). La tematica dell’abbandono, dell’esilio, dei confini vissuti e drammaticamente esperiti o interdetti, viene fortemente a galla. L’impatto è stato davvero molto emozionante, sicché ho deciso di intraprendere ulteriori riflessioni e investigazioni su percorsi affini.

La mia ricerca si sta basando su una tripartizione. Anzitutto sto concentrandomi su opere e performance in cui l’artista compie i passi in prima persona. Musicalmente potrei citare il brano di Luigi Nono La lontananza nostalgica utopica futura, madrigale per più “caminantes “, per violino e otto tracce su nastro, dove al violinista o alla violinista che ne sia interprete è richiesto, durante l’ esecuzione, di spostarsi tra diversi leggii: gli spostamenti non sono affatto lineari o precostituiti, in ogni caso quei passi divengono parte integrante del discorso. Anche Francis Alys, artista di origine belga, ma residente in Messico, può considerarsi un egregio attivatore di emozioni grazie ai suoi tragitti performativi compiuti su grandi distanze.

Il secondo approfondimento di mio interesse sta riguardando invece opere o situazioni performative in cui i visitatori e le visitatrici di musei o gallerie sono invitati/e a rivestire un ruolo partecipativo attraverso i passi. Ho assistito ad esempio,nella fondazione Merz di Torino, alla mostra di Alfredo Jarr intitolata Abbiamo amato tanto la rivoluzione. Il primo ambiente prevedeva un’immensa installazione, con milioni di pezzi di vetro sul pavimento (un mare di vetri) da percorrere camminando. Un vero spazio di memoria con cui fare i conti.

Ma, tra le tante, potrebbe essere citata anche l’installazione di Alfredo Pirri I passi, caratterizzata da una miriade di specchi infranti e ridotti in pezzi proprio in virtù del passaggio e del coinvolgimento dei partecipanti .

È poi opportuno ricordare come gli strumenti stessi possano talvolta essere attivati e spinti a muoversi nello spazio, spesso a prescindere dalla presenza umana. In quest’ultimo caso si verificano più che altro delle approssimazioni di passi, quasi delle similitudini.

Sarà utile menzionare l’installazione Perturbations, che Céleste Boursier- Mougenot ha portato a Tolosa diversi anni fa, nel Musée Les Abattoirs,  e nella quale dei pianoforti robotizzati venivano lasciati muovere nell’ambiente messo a disposizione, con momenti di incrocio e di vero e proprio urto reciproco.

Tutt’altra altra cosa sono invece i camminamenti previsti all’interno di spettacoli itineranti. E gli studi su pratiche di camminamento di stampo meditativo, che si pongono in stretta relazione con alcuni procedimenti mentali.

L’ultimo filone di ricerca grazie a cui stai portando a maturazione il concetto dei passi concerne il campo della formazione, cosa puoi raccontarci?

Si tratta fondamentalmente di tragitti di formazione estetica e musicale ad ampio raggio. A questo proposito invito a leggere un mio recente articolo pubblicato nel sito www.traccedistudio.it e intitolato Flussi movimentati su Ogives di Erik Satie -Uno sfondo di tipo mnemonico-corporeo ( . Lo scopo qui è ancora diverso: ci si propone infatti, attraverso i passi, di portare a termine un’interiorizzazione di schemi ritmici e musicali in stretta correlazione con musiche più o meno note, da attraversare e introiettare.

È affascinante vivere gli aspetti teorici e soprattutto ritmici da un punto di vista fisico e potenziare così l’ascolto portando a galla quella che io chiamo la rigogliosità corporea. Non si stratta quindi di camminamenti casuali, ma al contrario fedelmente aderenti ai pattern estrapolabili dalle musiche prescelte. I passi a cui mi riferisco sono infatti organizzati in sequenze apposite (quasi forme pre-danzate), dove le durate risultano essere puntuali e circostanziate e, come già detto, in attinenza con gli spartiti di riferimento, quindi avendo come base un supporto notazionale vero e proprio. Per questi tragitti esperienziali ho in pratica dovuto elaborare delle partiture corporee molto dettagliate, memorizzabili e soprattutto riproducibili, che possano volta per volta svilupparsi e aver luogo sulla base dell’ascolto delle musiche in questione oppure sul silenzio attraverso una rievocazione mentale delle musiche stesse. Per l’impostazione di queste particolari partiture corporee (che riguardano gli arti inferiori, ma ne ho elaborate diverse che interessano anche il corpo nella sua interezza) ho privilegiato alcuni brani di E.Satie, O.Messiaen, G.Scelsi. Una piccola sezione di questo lavoro sperimentale prevede invece un’attualizzazione (e una trasposizione e trascrizione corporea) di alcuni Canoni di K.M. Kunz. Si tratta di un progetto pensato per strumentisti e strumentiste che abbiano interesse a impostare una visione integrata e sensorialmente arricchente. Ho constatato come, di fatto, pervenire allo studio effettivo dei brani dopo aver effettuato un lungo e profondo lavoro preparatorio corporeo, comporti delle interessanti conseguenze sul piano interpretativo e inoltre diversi vantaggi per quanto concerne la memorizzazione sia a breve che a lungo termine. Anche nelle mie personali sessioni di lavoro pianistico o di impostazione di azioni performative faccio sempre più ricorso a tali procedure e ne vado constatando i benefici.  Il riferimento agli scritti e ai principi di Dalcroze è in parte sotteso, ma la mia prospettiva prende tuttavia delle direzioni decisamente autonome. L’uso del corpo e del movimento era stato precedentemente l’oggetto di alcuni miei articoli apparsi su Musicheria (Rivista di educazione al Suono e alla musica) il cui sito di riferimento è www.musicheria.net

Tutti questi studi e approfondimenti   mi stanno particolarmente a cuore e confluiranno ben presto in un volume in preparazione che si intitolerà Ramificazioni (per un approccio dinamico-estensivo). Mi piace in sostanza pensare a una prospettiva fortemente inglobante, che possa passare attraverso attivazioni sottili, evidentemente proficue.

Il tuo studio-atelier è una piccola fucina dove di tanto in tanto vengono proposti incontri o presentati lavori in anteprima. Cosa c’è in programma attualmente?

Sto programmando di far conoscere in anteprima un esemplare dei miei nuovi libri volumetrici-oscuri, che sono frutto di veri e propri studi di tipo monocromatico. Dopo alcuni anni di infatuazione per le gradazioni del bianco sto avventurandomi nelle suggestioni del nero. Lo scopo è quello di restituire un’oscurità ricca di sfaccettature, con impronte di onirismo, di possibile eleganza e corposità. Dal mio punto di vista l’oscurità può essere di gran lunga seducente e persino ”delucidante”. Uso il termine volumetrico in quanto sono presenti in queste opere diversi elementi fortemente in rilievo che accentuano le possibilità di fruizione di tipo tattile. Il mio impegno va verso la costruzione di appositi ispessimenti a ridosso delle pagine: si tratta nello specifico di incorporare veri inserti materici e stratificazioni, che conferiscono una tridimensionalità effettiva e un valore in termini di presenza. I materiali sono extra -cartacei e molto disparati: gomme, feltro, tessuti, elastici, pelle, ecopelle, frammenti legnosi e spesso amorfi. Le pagine in vari casi possono inoltre essere estrapolate e avere un’esposizione a mo’ di quadro.   

Viene indagata in questo progetto anche la preziosità della segretezza. Si tiene segreto spesso ciò che abbiamo di molto prezioso, compresa la nostra vita interiore. Anche in natura nella terra è tenuto nascosto il seme. Il sottosuolo è ricco di vita. Questo libro volumetrico- oscuro sarà per l’appunto un elogio del substrato, del sottosuolo. Purtroppo nell’immaginario è presente una visione estremamente riduttiva della bellezza dell’oscurità e delle sue risorse. Le dimensioni sono da me esplorate da più angolazioni: attualmente sono concentrata nel dare impulso al grande formato.  Tornando alla domanda segnalo quindi che nel mio studio in Roma, nella giornata mondiale del Libro e del diritto d’ autore, fissata per il 23 aprile, sarà coinvolto un piccolo numero di spettatori e spettatrici e darò modo di assaporare questo lavoro.  Si tratterà proprio di una degustazione di forme e colorazioni. Tuttavia quest’opera dall’estate in poi inizierà a viaggiare e ad essere ospitata in alcuni musei, biblioteche e spazi polifunzionali a livello internazionale. Quindi non mancherà di certo l’occasione di farla conoscere a un pubblico più vasto e soprattutto eterogeneo. La giornata di porte aperte avrà un valore essenzialmente propulsivo, più che altro per offrire un primo imput di energia.

Nei lavori interamente basati sul bianco ti sei ispirata alla danza contemporanea, al gesto coreografico. Il movimento e il gesto tornano quindi a galla e affiorano, anche in questo caso, tue ricerche sulle relazioni esistenti tra suoni, forme, volumi e movimento.

Si può provare a guardare al movimento come a un’ attestazione di esistenza. Ho recentemente usato questa espressione in un articolo che riguarda le vicende coreografiche di Lia Rodrigues. Chi vorrà potrà leggere il tutto su

www.larecherche.it( Un’attestazione di esistenza nelle apparizioni corporali di Lia Rodrigues/sezione Articoli danza ). Nei lavori basati sul bianco ho cercato in sostanza di raccogliere una buona parte delle mie suggestioni maturate in riferimento alla concezione dello spazio, in particolare sono interessata alla “vibrazione” dello spazio attraverso l’immissione di dinamiche gestuali e corporee. E così servendomi di costruzioni vagamente figurali o nettamente anti-figurali, vado ad attivare dal punto di vista visivo delle energie collegate con le seguenti azioni: evoluzioni, rotazioni o stabilizzazioni, inarcamenti o scioglimenti articolari e corporei, avanzamenti o arresti, che rimandano per l’appunto a flussi danzanti. Risulta attutito e quasi annullato il contrasto tra sfondo e affioramento di immagini o linee-immagini. Infatti queste opere si basano su un effetto “Ton sur Ton” e promulgano un mio personale elogio dell’intravedere. Il vedere distintamente farebbe perdere alcune sfumature sul piano della gradualità di scoperta.  La musica da me elaborata per accompagnare questo lavoro si intitola Dentro fuochi ammutoliti da caotiche distanze ed è rintracciabile sul canale you tube. Tutti i progetti visuali ed espositivi hanno infatti un riscontro parallelo sul piano sonoro. Sono procedimenti assolutamente combinati. Le riflessioni e le scritture sulla danza sono invece iniziate molto prima, in particolare in occasione della stesura del volume Apparati di suoni metodicamente cruciali (La città e le stelle), che risale all’anno 2013 : in questo libro di argomento prettamente musicale avevo già inserito un breve capitolo intitolato Linee di tangenza e ampliamenti della riflessione (Nuovi assetti nella danza e nel gesto). Nelle mie raccolte poetiche sono inoltre presenti diversi componimenti dedicati alla gestione del tempo e alla magia del risveglio rilevabili nel corpo danzante, il tutto a partire da Plasma/ Sottomultipli del tema “Ricordo” (Fermenti). Mi affascina la possibilità di attraversare una spaziosità disciplinare, libera e dissetante.

Cosa sono i tuoi Corollari intrepidi?

Sono scritture sperimentali che andranno a formare una sezione a sé stante all’interno della raccolta Declinazioni del timbro, che è in fase di completamento. In questi brevi testi (o parabole poetiche) cerco di immettere un senso di rincorsa interna, lavorando sul ritmo e sulla comparsa istantanea di flash di immagini. Le definisco poesie cinetiche. Alcuni di questi testi inediti sono apparsi nel Quotidiano di scritture Il cucchiaio nell’orecchio (www.ilcucchiaionellorecchio.it). Già nella precedente raccolta intitolata Nuove rapide scosse retiniche (Joker) avevo iniziato a lavorare in questa direzione.

 Prosegue il tuo itinerario tra sguardi e visioni

Lo sguardo che coltivo e che provo a forgiare è uno sguardo ri-modellante, che sappia catturare la polivalenza dei messaggi che scaturiscono dalle esperienze quotidiane affinché possano risuonare e trasformarsi in fatti artistici veri e propri. Mi interessa l’ingresso in una temporalità allargata, al confine con la sospensione, dove tuttavia possano essere compresenti e quasi compressi alcuni aspetti di carattere opposto: acutezza nella visione (e nella comprensione) in compresenza con una sorta di diluizione della realtà, intensità delle esperienze di pari passo con una vaporizzazione magica degli istanti.  La vulnerabilità del mondo, in ogni caso, sembra darci in quest’epoca dei segnali a dir poco inconfondibili. Sempre più arrivano prove di come a livello globale o personale si possa esser toccati da tensioni e da una certa dose di disamore (per usare un eufemismo). Assistiamo in questi giorni di guerra a un drastico abbandono di terre, per motivi di fatto ingiustificabili e inaccettabili. Non mi dispiace quindi pensare che possano rientrare nei nostri spazi di conoscenza nuovi strati di dolcezza da esplorare. Nutro un certo timore per una visione imprenditoriale delle esistenze. È impossibile in questa fase non esprimere un desiderio di pacificazione tra generazioni e popoli.

Quali nuove infatuazioni cromatiche si muovono all’orizzonte?

Il prossimo lavoro sarà all’insegna del rosso e si intitolerà Ippocampo. Un’indagine sulle relazioni esistenti tra i due emisferi cerebrali che, da quanto sappiamo, necessitano di una continua integrazione per pervenire a risultati interessanti e tali da liberare una certa completezza. A presto dunque con nuovi resoconti e vibrazioni.

Marzo 2022

La conversazione ha avuto luogo al termine di una prova aperta organizzata presso lo studio- atelier Territorio di stimolazione sonora.

Si riporta di seguito un’ intervista di Giacomo Rinaldi apparsa nella giornata del 3 gennaio 2022 su agenziastampa.net

Sezione Arte e Culture

Una permeabilità tra artista e pubblico – In conversazione con Anna Laura Longo ( secondo incontro)

03/01/2022

Ci eravamo ripromessi di tornare a sentirci dopo l’incontro del mese di settembre 2021, per fornire utili segnalazioni sul tuo lavoro e descrivere ulteriori percorsi recenti. Sta proseguendo in questo periodo la promozione del volume intitolato Viaggio nell’entroterra [moviment-azioni pianistiche], che si presenta come un elegante compendio caratterizzato da ricche testimonianze di azioni performative e sonore, per le quali hai coniato la dicitura “pianoforti eterocliti”. Vorrei ce ne parlassi.

Le pagine di Viaggio nell’entroterra [moviment-azioni pianistiche] descrivono ampiamente il mio desiderio di lavorare -con permeabilità- all’interno di territori artistici e musicali espandibili, in grado di privilegiare la sottigliezza della dimensione temporale e il concetto di dirompenza viva del sogno.  Il tutto conduce verso una sottolineatura della trasversalità dell’azione, dal punto di vista artistico e performativo. La permeabilità a cui mi riferisco interessa dapprima il rapporto con lo strumento e, conseguentemente, quello con i possibili ascoltatori e fruitori.

In senso letterale si dicono eterocliti quei nomi, verbi o aggettivi che si flettono con più temi o radici. Nel mio caso voleva esser presente dunque una chiara allusione a strumenti musicali agiti o da agire nel segno della versatilità e della variabilità, in una prospettiva complessa di mutazione. Un pianoforte è anzitutto un luogo di forze sommerse (magneticamente raccolte o ambiguamente disperse). L’attingibilità di tali forze e risorse si ritrova ad essere in stretta connessione con la nostra capacità di sguardo. Dal mio punto di vista ho voluto pertanto posare sullo strumento uno sguardo animato da una certa “spaziosità”, per rendere possibili diversi spunti generativi, affinché potesse dischiudersi una certa dose di intraprendenza poetica.

Oltre a ciò è presente, sul piano ideativo e operativo, un particolare approfondimento del principio di commutazione. In elettrotecnica la commutazione è un’inversione dei collegamenti di un circuito con le sorgenti di tensione oppure un passaggio da una disposizione di circuiti a un’altra. Ebbene questi spunti di tipo commutativo hanno interessato propriamente i miei processi mentali ed elaborativi, conducendo di fatto a risultati teorici, tecnici e performativi alquanto inusitati. Sono cinque, nella fattispecie, le elaborazioni da me offerte, che compongono i relativi capitoli su cui ciascun lettore o lettrice potrà gradatamente soffermarsi.

E così abbiamo ricerche su pianoforti abissali ed esperienze su pianoforti piantagioni. Lavori che definisco Scritture trasformiste accanto a studi su pianoforti volumetrici-sculturali e, infine, esplorazioni su pianoforti coltellati. Tutti questi approcci vanno a comporre un amalgama estetico multisfaccettato, frutto di una coordinazione funzionale tra idee, gesti e risultanze sonore vere e proprie. Da un punto di vista fattivo da tali ricerche sono scaturite musiche striate, vicine al fascino del catrame o di contro animate da una particolare dose di raccoglimento, con intensificazioni e riscoperte del vuoto (di stampo meditativo-silente). Del resto per me suonare e attivarsi musicalmente vuol dire, pur sempre, soggiornare piacevolmente “a ridosso” della tipicità di un ambiente- strumento, con l’idea di forgiare volta per volta un episodio inedito.

Il tutto porta a immergersi in un’avventura di sistole ed extra-sistole del cuore ma anche della mente, nel tentativo di liberare una qualche forma di significatività e vicendevolezza. Proprio in questi giorni mi è capitato di ritrovarmi a leggere un vecchio numero della rivista svizzera Dissonance, in cui Antonin Servière, sassofonista e compositore, torna più volte a soffermarsi sul termine plenitude. Ecco, questa pienezza è una meta perseguibile. Una pienezza che vada, per l’appunto, verso una sincera permeabilità, per utili compenetrazioni con il pubblico.

Partiamo anzitutto dai pianoforti abissali a cui hai dedicato uno dei capitoli. Descrivicene le peculiarità.

Propongo anzitutto un’interessante citazione di Anton Webern, il quale scrive: “Appunto questo: imparare a vedere abissi là dove sono luoghi comuni. E questo sarebbe il riscatto: l’impegno spirituale”. Nei pianoforti abissali il mio intento è stato proprio quello di procedere abbracciando una forma reale di inabissamento. Il riferimento non è soltanto di tipo pragmatico-musicale ma è legato al piano simbolico dell’esistenza. Nelle pagine del libro vibrano quindi molteplici riferimenti a ideali processi introspettivi: il pianoforte, in tal senso, è stato da me trasformato in un vero e proprio mezzo utile a depositare significazioni – e condensazioni di pensieri- legate a questo tema.

Un pianoforte dunque investito di procedimenti commutativi, come già accennavo. La creazione di minuscole cellule abitative interne al pianoforte ( pseudo- cellule in verità), mi ha consentito di mettere in moto un chiaro riferimento al tema della progettazione architettonica, avendo in mente diversi spunti appartenenti all’epoca moderna e contemporanea. Attraverso lo smontaggio parziale e il rimontaggio di alcune parti strutturali ho costruito infatti delle micro-unità abitative – quasi abitacoli –all’interno dello strumento e forgiato suoni agendo in tale contesto, per poi mettere in risalto anche i paesaggi visivi scaturiti dalla nuova conformazione data allo strumento, restituiti in forma installativa e- nelle pagine del libro- attraverso documentazioni fotografiche. Ma non è tutto.

Ci tengo a ricordare anche che, in questo volume, galleggiano continuamente delle vere e proprie costruzioni metaforiche, che agiscono sul piano simbolico. Da questo punto di vista ho avuto accanto ai miei tragitti le ipotesi e le parole intense di Ernst Cassirer, racchiuse nel saggio Linguaggio e mito, dove si mostra quanto sia stretto l’intreccio tra il pensiero mitico e quello linguistico: viene cioè evidenziata una comune natura o radice.  Scrive il filosofo tedesco:” la metafora è una trasposizione, entrambi i contenuti tra i quali essa si muove, stanno fissi come significati in sé determinati e indipendenti, e tra di essi, come termini di partenza e di arrivo, ha luogo il movimento della rappresentazione, movimento che porta a passare dall’uno all’altro e a sostituire, nell’espressione, l’uno all’altro”.  A partire da questi presupposti viene sviluppata una riflessione su un possibile sentire mitico. Ecco un ulteriore passaggio: “anche la più semplice figura mitica sorge mediante una trasformazione che sottrae una determinata impressione alla sfera del consueto, del quotidiano, del profano, per sospingerla in quella del «sacro», del significativo”. I miei pianoforti, sulla scorta di tali agganci, possono esser definiti per l’appunto meccanismi e dispositivi metaforici. Ed è vigente, per l’appunto, un’intenzione di trasposizione. Per me è stato affascinante pormi in una prospettiva di approccio differente, agevolando quasi una deviazione, in vista di una restituzione il più possibile originale e libera.

Spostiamo quindi l’attenzione sui Pianoforti-piantagioni, dove invece hai voluto esplicitare un legame con la disciplina della botanica, arrivando a costruire traiettorie pianistiche servendoti non delle corde, ma di alcune parti metalliche.

Nei pianoforti- piantagioni ho sviluppato degli accadimenti pianistici situandomi nelle zone recondite dello strumento, trasformato a tutti gli effetti in un inedito germogliatore o, ancor meglio, in un’atipica piantagione pronta a restituire segnali proliferanti e liberi di vita. Lo spunto è stato quello di operare con una mano “prensile” e con un atteggiamento vicino a quello della mano intenta ad esplicitare operazioni nel campo della botanica o dell’agricoltura. Nel volume di poesie Questo è il mese dei radiosi incarnati del suolo (Oèdipus) avevo già iniziato, da un punto di vista poetico, a far leva sul concetto di  rivoltamento delle zolle per una possibile aerazione del suolo. Anche in questo caso torna l’idea di un terreno, non statico, ma al contrario fatto oggetto di proficui interventi esterni: il pianoforte quindi si trasforma in terreno e lo è, d’altra parte, la nostra lineare o – per lo più composita-esistenza.

Parlaci ora delle Scritture trasformiste.

Anche nelle Scritture trasformiste viene agevolata un’emozione di sorpresa e di lieve sobbalzo. Mi piace parlare di una “poetica del trasalimento”: In effetti, come in un’operazione chirurgica vera e propria, mi sono ritrovata a prelevare gruppi di tasti dal pianoforte per utilizzarli da un punto di vista musicale, per poi dare forma a pannelli di grande formato. Su tali pannelli campeggiano per l’appunto delle scritture, delle vistose parole-annunci, determinate da una disposizione dei tasti stessi sul supporto in questione. In primavera conto di presentare questo allestimento. Spero vivamente che il pubblico possa ritrovare in tutti questi approcci artistici ed esperienziali una vitalità e una spinta emozionale.

E arriviamo infine ai pianoforti coltellati, che possono essere posti accanto a quelli “volumetrici e sculturali”.

Nei pianoforti coltellati si dischiude e si fa strada una drammatizzazione dello strumento. L’utensile, in questo caso il coltello, è stato visto come una protesi e un degno ausilio per poter elaborare delle musiche da una parte ma, dall’altra, degli impianti scenici peculiari. In questo caso lo strumento è stato dunque assimilato a un vero e proprio fabbricato e inoltre a un sistema produttivo, sulla base di riferimenti all’urbanistica. Tutte queste formulazioni non sono altro che il risultato di un nuovo approccio, per un possibile, e soprattutto rigenerato, atto conoscitivo. Per quanto concerne la creazione di   pianoforti volumetrici-sculturali infine ho impiegato oggetti auto-costruiti, in ferro, da inserire in vario modo nella tastiera, in modo tale da enfatizzare alcune risonanze e suoni armonici, insistendo sul concetto di prolungamento del suono. Il tema dell’antropizzazione è stato in questo caso saliente. La tastiera, vista come luogo antropizzato in virtù della presenza di oggetti paragonabili a residui di vestimenti umani, ha voluto rimandare visivamente e concettualmente alla presenza dell’uomo e alle sue leggi di occupazione del suolo. Tutti i lavori fin qui descritti potranno essere considerati, in sostanza, della “Trame estetiche”, delle vicissitudini dotate di ingranaggi interni da cogliere e scoprire.

È il momento di una riflessione conclusiva.

La mia riflessione conclusiva vuole essere un invito a muoversi agevolmente tra reminiscenza e lealtà costruttiva, incuneandosi nel tempo con una mobilità del pensiero che vada di pari passo con una sensibile visione o esperienza percettiva. Il mio è un progetto di apertura verso una concezione e una prassi strumentale peculiare ma, soprattutto, è una scelta di collocarsi sulla soglia del possibile, nel segno di uno scavalcamento

Parlando di riconoscimento, nascondimento e dinamizzazione degli istanti

Intervista ad Anna Laura Longo a cura di Giacomo Rinaldi ( primo incontro)

16/09/2021

Hai dedicato alcuni studi recenti al tema del riconoscimento, pubblicando in merito riflessioni e testimonianze dirette. Da dove è sorta l’attenzione per questo argomento?

Il mio interesse è stato rivolto, in particolare, all’eterogeneità e variabilità nell’esperienza di riconoscimento uditivo, con successive ipotesi di allargamento di campo e di confronto per un’attivazione e sovrapposizione di sfere sensoriali diverse. Ho voluto creare nella fattispecie un percorso di ricerche stratificate con l’intento di costruire una micro-territorialità vera e propria intorno all’argomento, quasi una cartografia. Il processo di riqualificazione del meccanismo di riconoscimento si è esplicitato attraverso una diversità di esperienze e dunque di narrazioni-scritture. Il tutto ha trovato un sostanziale appoggio nella ricchezza della quotidianità. Ho portato avanti il lavoro anzitutto a livello personale ma anche conducendo incontri laboratoriali sperimentali. Recuperando forme effettive di risveglio sensoriale. Sin dall’inizio è apparso interessante non limitarsi a ri-conoscere in forma fine a se stessa, ma dimostrarsi capaci di osservare se stessi nell’atto di compiere il riconoscimento. Per arrivare a ciò è stato necessario creare una moltiplicazione di “sorveglianze” aderendo proprio al tessuto del quotidiano, allontanandosi da forme di abitudinarietà e di distrazione rispetto agli stimoli provenienti dalla realtà esterna. E così a partire da episodi di riconoscimento musicale generico la ricerca si è fatta via via più selettiva e circostanziata tenendo conto, ad esempio, dell’impatto emotivo e della diversità degli ambienti di ascolto (interni o esterni), delle sorgenti sonore o della posizione assunta (statica o deambulatoria). Solitamente il discorso del riconoscimento viene impostato seguendo un punto di vista meramente psicologico, si tratta in effetti di un procedimento attuato proprio dalla psiche, ma addentrandosi nell’argomento ci si potrà facilmente rendere conto di come si dischiuda una gamma davvero ampia di ramificazioni possibili. Il mio intento, sin dall’inizio, è stato quello di trasformare questa tematica in un terreno di indagine e in una strada da percorrere per l’azionamento di possibili pratiche artistiche. Lo spunto è arrivato dalla lettura di alcuni stralci di pagine di Glenn Gould, nelle quali il pianista canadese racconta di come, viaggiando in auto e ascoltando programmi radiofonici, si sia ritrovato involontariamente immesso all’interno di pratiche di auto-riconoscimento e di come ne sia scaturito un curioso e imprevedibile rilevamento di caratteristiche interpretative, legate all’uso personale dello strumento. Il discorso da me portato avanti ha trovato naturalmente un’estensione, attraverso espansioni e intrecci, e mi ha condotta a modulare episodi continuativi e soprattutto documentabili di riconoscimento e di auto-riconoscimento, anche vocale, attraverso registrazioni, comparazioni e ricostruzioni di vario tipo. L’esperimento ha iniziato così ad assumere una buona delineazione con ulteriori operazioni di approfondimento, suffragate da esplorazioni e perlustrazioni legate al riconoscimento (casuale o indotto) dei volti, dei sapori e degli odori mediante sopralluoghi e costruzioni di itinerari appositi, con conseguenti rilevamenti dettagliati. Il discorso nell’insieme ha comportato riflessioni inerenti la possibilità di costruzione di un tempo quotidiano diversamente scandito e soprattutto internamente scandito, quindi di per sé distinto e degno di essere rilevato. Infatti “interrogare” il riconoscimento ha significato intervenire sulla qualità e dinamizzazione di ciascun istante. Nei miei scritti imperniati su questa tematica non mancano riferimenti a suggestioni letterarie, con citazioni che coinvolgono autori come M. Proust e J.L. Borges, fra gli altri. Non sono mancate digressioni nel campo della teatralità (e della teatralizzazione più in generale). Ho poi desiderato aggiungere sezioni di approfondimento inerenti le arti figurative, soprattutto la pittura, per i suoi evidenti addentellati con la ritrattistica e, infine, connessioni con la fotografia. Invito i lettori e le lettrici a immergersi tra le pagine della rivista Musica Domani (n.184) dove si ritrovano alcuni parziali resoconti di questo variegato itinerario in cui il riconoscimento è stato visto come perturbazione ma altresì come avventura. L’esperimento è stato portato avanti per un periodo di tempo abbastanza esteso e tale da consentire un accumulo di ricognizioni possibili e di materiale adeguato.

Spostiamo ora l’attenzione su un altro tema interessante, quello del nascondimento, su cui hai iniziato a impostare un lavoro proprio in questo frangente di tempo….

Trame e stanze del nascondimento è un lavoro in fase di costruzione, che va considerato a tutti gli effetti come una prosecuzione del precedente In un singolo punto nodoso, dove si ritrovano studi sulla curvatura della linea del verso. Cerco in tal modo di generare nuove forme di interazione che riguardino non solo le opere e i fruitori, ma anche le opere stesse, nei loro reciproci rapporti. E così emergono in questo progetto vere e proprie energie di ribaltamento. In effetti impiegando in vario modo delle tele adesive sto provvedendo a ottenere una copertura delle linee-immagini originarie, in modo tale da restituire all’osservatore una versione decisamente occultata, una porzione “nascosta” o semi-nascosta dell’insieme, generando quasi un ambiente di segretezza. Impiego inoltre plastiche logorate e tessuti in vario modo manipolati. Si tratta di un’operazione di transizione che anticipa quello che sarà il lavoro successivo, che si intitolerà In lontananza traspirazione di tenebre, in cui l’oscurità sarà vista come una corposa risorsa, come un ambiente da degustare a tutti gli effetti. In entrambi i progetti tenderà a emergere il valore delle risorse interne dell’individuo. Sarà enfatizzato e portato a galla il salto qualitativo- e necessario – tra esteriorità e interiorità nel contesto dell’evoluzione umana. Il tema dell’occultamento, tra l’altro, è strettamente connesso con quello del riconoscimento, soprattutto se ci ritroviamo a osservare le cose da angolazioni molteplici: basti pensare al territorio del dramma e della tragedia, in special modo del passato. Di ciò ci parla ampiamente Aristotele, ma spostandoci più in prossimità dei nostri giorni Kierkegaard in Timore e tremore ci ricorda questa valenza, arrivando anche a raccontarci qualcosa del dramma moderno. Cito una sua frase: «Ovunque si parla di riconoscimento, si tratta eo ipso di un precedente occultamento. Come il riconoscimento diventa al momento distensivo, rilassante, così l’occultamento è il momento di tensione della vita drammatica. Nella tragedia greca l’occultamento (e, perciò come sua conseguenza il riconoscimento) è un resto epico che ha il suo fondamento nel fato nel quale essa ha la sua oscura enigmatica origine». E ancora: «Un figlio uccide il padre, ma solo dopo riesce a sapere ch’è suo padre. Una sorella vuol sacrificare suo fratello, ma solo nel momento decisivo ella riesce a saperlo». La lettura di pagine di autori tragici ci restituirà numerosissimi esempi di tale natura.

Sei fautrice di tecniche di deragliamento e di mobilitazione sensoriale. Nelle tue opere rientra una buona dose di straniamento…

Mi interessa di certo promuovere – attraverso i linguaggi artistici – una fuoriuscita dal pensiero ordinario (e più in generale uno svincolamento dalle trappole dell’automatismo) per favorire una vera e propria intraprendenza dello sguardo. Lo sguardo, nella vita e non solo nell’arte, si ritrova ad avere un ruolo catalizzatore, un’energia potente e utile per generare – se necessario- stravolgimento o sommovimento dell’esistente, con conseguenze particolarmente affascinanti dal punto di vista conoscitivo. Diversi studi sullo straniamento ci ricordano proprio come – per resuscitare la nostra percezione della vita- sia necessario perseguire nuove visioni. Il nostro compito resta pur sempre quello di vigilare sui rischi di restringimento delle esperienze, dal punto di vista sensoriale e anche emotivo.

Parliamo ora di forme simboliche e dell’uso che ne hai voluto fare nel tuo Viaggio nell’entroterra [moviment-azioni pianistiche], che definisci libro-dispositivo.

In Viaggio nell’entroterra vengono offerti  resoconti di interventi musicali originali in cui si determina un connubio tra arte, musica e poesia. Ho costruito il progetto con premurosa flessibilità, ma al contempo con coraggiosa autonomia. I pianoforti abissali, i pianoforti-piantagioni e gli strumenti variamente arricchiti di utensili e oggetti tratti dalla realtà quotidiana non sono altro che avvincenti costruzioni metaforiche. Esse promulgano un nuovo atto conoscitivo. Le installazioni e le “operazioni” pianistiche e propriamente sonore descritte in questo volume sono state da me progettate proprio con il desiderio di dare corpo a forme simboliche. Ci tengo molto al fatto che possa essere conosciuto questo eterogeneo percorso in cui non solo i contenuti sono portatori di istanze sperimentali ma anche l’impianto e l’assetto del libro vero e proprio, che ha trovato una contestualizzazione del tutto a sé stante . Non voglio troppo rivelare i dettagli, ci sarà da scoprirli attraverso una conoscenza diretta delle pagine: in attesa di presentazioni, che vorrei avvenissero soprattutto in forma installativa, chi vorrà potrà sin da ora ordinare la propria copia esclusiva. La costruzione di una libertà nel gesto pianistico e performativo prelude, in ogni caso, a una costruzione di libertà di tipo esistenziale.

Sei interessata a inserire il tuo lavoro in una dimensione internazionale. Ci sono novità in tal senso?

Proprio in questi giorni un mio lavoro è partito in direzione della Spagna, per partecipare alla sesta edizione del Premio Ciudad de Móstoles. Non si tratta della prima esperienza iberica. In anni passati ho infatti avuto due interessanti occasioni di confronto con il pubblico spagnolo di Madrid, di cui conservo un piacevole e intenso ricordo. Mi riferisco a un’esposizione di miei occhialoidi con relativa performance, presso il teatro El Montacargas e a una performance musicale nella Escuela de Musica Creativa. Sono stati tradotti inoltre – in lingua spagnola- diversi miei componimenti poetici e anche, in forma integrale, un testo di teatro musicale. A prescindere dalla Spagna anche in Svizzera, a Lugano, si sta preparando una mia installazione per il mese di gennaio 2022 nella Biblioteca Cantonale. E infine in Canada si chiuderà il 26 settembre 2021 la Biennale de Livres d’artistes, in cui è stata convolta una mia opera.

Stai maturando nuove scelte di tipo performativo e producendo scritti inediti di argomento musicale?

Sono impegnata nella stesura di un testo incentrato sull’uso di tecniche di memorizzazione musicale, sviluppate in assenza di vincoli esclusivi con la scrittura. Si sono conclusi in tal senso alcuni esperimenti e mi farà molto piacere farne conoscere i contorni e i risvolti. Inoltre sto ultimando un breve saggio intitolato Elogio del cinque, in cui le particolarità metriche di alcuni brani musicali e le figure musicali stesse vengono messe in relazione con elementi pittorici di tipo figurale e non. Dal punto di vista propriamente sonoro e performativo tra le mie nuove “traiettorie pianistiche” si ritrova il brano Nuovi slanci pausati ( infiltrazioni in un sogno fotosintetico), che contiene allusioni esplicite ai momenti di respirazione cellulare delle piante. Questa musica è stata concepita specificamente per il libro –radura Cloroplasti. Invito i lettori e le lettrici a rimanere aggiornati per conoscere tutti questi sviluppi.

La tua è una visione umanistica particolarmente ricca di sfaccettature. Facendo un passo in direzione della società quali esigenze o urgenze avverti?

C’è molto da riflettere in questo periodo sul concetto di autorità e dominio. Il mio testo di teatro musicale, precedentemente citato, analizza e marca poeticamente proprio le configurazioni possibili legate all’uso del potere, mettendone in evidenza, in particolar modo, le aberrazioni. Il tutto ruota intorno a due termini interessanti: anelito e responsabilità. Questi due termini continuano a rivelarsi degni attenzione. Tra problematicità e dubbi sulle realtà incombenti mi piace tuttavia pensare che sia possibile continuare a scorgere – e delineare – una fragranza del giorno, che comporti a sua volta un attutimento dei dislivelli e delle spigolature esistenti : è forse plausibile riuscire a individuare fasci di luce anche laddove siano presenti o preponderanti grovigli di varia natura.

Chiudiamo con un excursus rapido tra i tuoi libri. Ricordaci i titoli che li caratterizzano e alcune particolarità.

Plasma, volume di esordio edito da Fermenti è una raccolta poetica che assume via via le fattezze di un libro di regia, al tempo stesso libero e calcolato e che tratta la lingua e le materie di cui si compone in modi magrittiani (sto usando le parole del prefatore. Si trattava in quel caso di Mario Lunetta). In Nuove rapide scosse retiniche,delle edizioni Joker, prendo spunto dai movimenti saccadici che compie l’occhio umano per sviluppare, dal punto di vista costruttivo, una dinamicità febbrile anche di tipo sintattico. In Procedure esfolianti (Manni) il fulcro è dato dal processo di esfoliazione, con riferimento specifico a ogni forma di re-invenzione e di rinascita in senso lato. Questo è il mese dei radiosi incarnati del suolo (Oèdipus) elabora e accoglie il concetto di scansione temporale ipotizzando tuttavia delle presumibili forme di atemporalità. Tra i libri di argomento musicale ricordo volentieri Apparati di suoni metodicamente cruciali (La città e le stelle), in cui descrivo e tratteggio quelli che sono i luoghi di “accensione e tumulto” in riferimento all’arte musicale dell’oggi e prefiguro la necessità di una radicalità in una prospettiva artistica-esperienziale. Universi sonori – Dialoghi sulla musica dei nostri tempi (Nuove Tendenze edizioni) contiene fertili conversazioni con compositrici e compositori della contemporaneità. E così arriviamo a Viaggio nell’entroterra, di cui precedentemente accennavo. Sono in generale attratta dall’idea che tra noi e le pagine possano crearsi veri e propri processi osmotici, interessanti flussi di energie per una regolazione dei nostri assetti mentali e emotivi.

Anna Laura Longo è pianista e indagatrice sonora, artista visiva e autrice poliedrica. Per i suoi progetti di tipo multisensoriale ha coniato la dicitura “arte addizionale “. Presente in festival e rassegne su scala internazionale ha approfondito le derivazioni e la natura composita del gesto (extra-musicale e musicale) facendo guadagnare a volte intensità altre volte un’elegante astrazione alle sue azioni poliedriche, variamente esplicitate attraverso originali forme performative e mediante una prassi costruttiva e al contempo progettuale. Rientrano all’interno di queste traiettorie le opere visuali, le installazioni, le operazioni di scrittura, le vicende sonore e ancora le avvincenti ricerche sul concetto di processualità, spazialità, durata e elogio dell’invisibile.
Per contatti:
annalaura_longo@hotmail.com

Di seguito si riporta un’intervista pubblicata su http://www.agenziastampa.net in data 04/08/2021 nella sezione Arte e Cultura ( le domande sono a cura di AgenziaSistema)

Verso una sensorialità allargata: Anna Laura Longo fautrice di percorsi eterogenei

Musica, arte, scrittura, sono i territori da te esplorati. Proviamo per ciascuna di tali aree di indagine a dare conto delle ricerche in corso. E partiamo anzitutto dalle esperienze pianistiche, dalle indagini sonore che porti avanti…

I risultati delle mie attuali indagini sonore sono racchiusi in un volume apparso a fine luglio 2021 e intitolato Viaggio nell’entroterra / Moviment-azioni pianistiche. Attraverso questo recentissimo lavoro consegno con fiducia ai lettori e ai potenziali ascoltatori diversi resoconti di alcune delle principali azioni e performance musicali a cui mi sono dedicata negli ultimi anni, muovendomi in direzione di una pronuncia (e di una vitalità espressiva) fondamentalmente nuova e per me insondata, caratterizzata da un interesse significativo per la teatralizzazione del gesto musicale. Attraverso la lettura si potrà constatare come tutto sia avvenuto mediante un uso estremamente versatile e libero dello strumento: il pianoforte. Una ridefinizione compatta dei codici legati all’arte interpretativa mi ha infatti indotta a costruire delle vicende sonore allargate e a ipotizzare pratiche immersive di carattere dinamico e multiforme. La forza emancipatrice delle arti, secondo il mio punto di vista, si staglia con evidenza dinanzi al nostro procedere. È richiesto un sottile aggancio e quasi una fluttuazione tra questa forza sotterranea e le nostre esperienze in corso: un rilevamento di tale presenza connettiva spingerà, volta per volta, e inevitabilmente, a ridisegnare traiettorie e significazioni. Queste potranno, a loro volta, indurre a rimodulare, spesso energicamente, l’idea di realtà per guardare ai vissuti con capacità interpretative nuove, riplasmando la concezione del tempo, attraverso infiltrazioni ed attingimenti nella sfera della memoria con proiezioni coraggiose nell’imminente. È in questo scenario e sulla base di tali presupposti che si sono sviluppate le operazioni pianistiche-performative di cui riferisco nelle pagine del libro e che vertono proprio su un criterio di audacia costruttiva e decostruttiva al contempo. Ho cercato di dare maturazione e corposità all’azione offrendo però un immancabile spazio anche a quelle che sono le spirali dell’immaginazione .

Quale desiderio prioritario ti ha accompagnato nell’impostazione di questo progetto?

Le pagine offrono parziali risposte a un desiderio ineludibile, quello di dare una nuova sembianza e connotazione al suono, mediante congiunzioni tra aspetti visuali (puramente installativi) e aspetti sonori veri e propri , per risultati artistici all’insegna dell’eterogeneità. Un buon livello di trepidazione interna si è mosso di pari passo con un’esigenza di poeticità. Il lettore coglierà inevitabilmente una ventata di associazioni e spero possa attraversare i contenuti con passo godibile, ma al contempo con attitudine riflessiva, cogliendo l’importanza –anzi l’imprescindibilità- delle spinte poetiche immesse nell’itinerario creato. l paesaggi acustici, nella contemporaneità, si nutrono di energie legate al molteplice , pertanto le tante ricerche che si muovono nel novero della musicalità e del musicabile non possono non tener conto di ciò. Per questa ragione ho avvertito la necessità di procedere con malleabilità, situandomi  in un divenire per l’appunto non cristallizzato. Una stabilizzazione delle sintassi potrebbe infatti – probabilmente- non rispecchiare   l’andamento fluttuante  dell’esistente. Ci tengo anche a specificare che alcune delle musiche di cui riferisco nel libro-catalogo accompagnano spesso le mie installazioni o mostre bibliografiche.

A proposito di mostre bibliografiche spostiamo l’attenzione sui  tuoi libri d‘artista che, nel corso del tempo, stanno assumendo fattezze insolite, guadagnando corposità e spessore. Sono opere sperimentali, che si fanno portatrici di uno slancio contemporaneo decisamente originale. Alcuni esemplari sono reduci da esposizioni in Francia. In particolare sono stati presentati a Lione durante la Biennale de la Danse e a Pantin nel corso del festival Camping presso il CND (Centre national de la danse) . Descrivici questi lavori e in quali direzioni stai procedendo.

Le due occasioni sono state per me preziose e soprattutto mi hanno permesso di constatare come la collocazione di queste opere all’interno di festival e rassegne di danza e teatro sia particolarmente congeniale. Un precedente tentativo era stato effettuato in collaborazione con l’Association Art e t Culture Fabri de Peiresc ( Haute Provence). La pagina in definitiva si configura come spazio scenico. L’ enfasi data alla dimensione facilita l’innesco di una ricerca di tipo spaziale, per l’appunto. Nel corso di questa estate sto preparandomi inoltre per una partecipazione alla Biennale de Livres d’Artistes  in Québec ( Canada), prevista a fine settembre 2021. È in corso inoltre una collaborazione con l’équipe del Sistema bibliotecario ticinese per l’organizzazione, a Lugano, di un percorso tematico dedicato ad alcune di queste opere. Tuttavia oltre agli impegni esteri sono presente con una certa assiduità anche in Italia e, tanto più, nella mia città. Mi piace a tale proposito ricordare e ringraziare alcuni dei contesti romani che hanno volta per volta ospitato esemplari di miei libri-  organismo, proponendoli in forma installativa o attraverso presentazioni diversificate, in particolare: il Palazzo delle Esposizioni (Scaffale d’Arte PalaExpo), la Libreria e Studio bibliografico Marini, Sinestetica Expo, Leporello Books, la Biblioteca dell’istituto Svizzero. Anche nel mio studio-atelier organizzo di tanto in tanto delle giornate di porte aperte. È successo più volte in occasione della rassegna Il maggio dei Libri o per far conoscere in anteprima lavori inediti. Amo la dimensione intima che può crearsi, la possibilità di conversare e ritrovarsi in uno stato di apertura gioviale e naturale. Non sempre nell’ultimo anno è stato possibile intervenire dal punto di vista performativo, a causa delle restrizioni dovute alla pandemia. Tuttavia non sono mancate occasioni di confronto diretto con il pubblico. Mi piace qui ricordare l’intervento portato presso il Polo culturale Le Clarisse di Grosseto durante la rassegna Arthè a fine anno 2020. Anticipo infine che a settembre 2021 il mio libro-organismo Vision Blanche sarà a Pesaro durante l’Hangartest ( XVIII edizione).

Restando nel campo dell’arte sarà utile fare un riferimento al tuo lavoro di configurazione di installazioni artistiche. Quali collaborazioni hai stabilito di recente?

I materiali sono all’origine dei miei progetti installativi. La morbidezza dei  tessuti ovattati si contrappone alla grintosità e alla magia del ferro, l’ambiguità e l’impermanenza dei materiali organici può affiancarsi all’asetticità dell’ecopelle o degli inserti plastificati. Tutte queste materie divengono liberatrici di forme. Per quanto concerne le collaborazioni recenti sono rientrati in questi giorni dalla  Repubblica Ceca alcuni miei Occhialoidi, reduci da diverse tappe della mostra collettiva Le Porte dell’Aldilà a cura di Susanna Horvatovicova. Nell’ultimo biennio si sono concretizzate collaborazioni anche con la galleria Visioni Altre a Venezia, con mostre ed eventi a cura di Adolfina De Stefani. Sono in generale interessata a seguire i flussi che appartengono alla libertà di un’asimmetria. Ho avviato sperimentazioni sul concetto di decentramento o dislocazione, di mobilità e ribaltamento.

Parliamo ora di ricerche poetiche e, più in generale, della tua dedizione alla parola-suono. Definisci spesso le parole “stati tensori” che possono – o meno – trovare una risoluzione in una sorta di scioglimento. Risale al 2016 la plaquette Questo è il mese dei radiosi incarnati del suolo ( Oèdipus). Sei al lavoro su una nuova silloge? A quali procedimenti di scrittura ti affidi in questo frangente di tempo?

La mia nuova raccolta inedita si intitola Declinazioni del timbro. Anche in poesia il mio desiderio è quello di impossessarmi di una possibile variabile, attuando ora una disintegrazione ora un recupero di codici e stilemi. Tale variabile potrà essere momentaneamente tersa e mostrarsi a tratti anche imprendibile o indecifrabile. Amo spingermi in direzione di una spigolosità della parola, liberando al contempo  delle possibili rotondità. Le procedure poetiche che metto in campo risentono delle mie ricerche sul piano performativo, dove prevale un’attenzione precipua allo svisceramento del tempo, unita a una ricerca sulla significatività del gesto.

Le arti sono in possesso di un formidabile e indiscutibile potenziale energetico. Ciascun linguaggio della contemporaneità, per sua natura, prelude al delinearsi di una modulazione di libertà. Se riuscissimo – anche provvisoriamente – ad entrare nella qualità di tali circuiti, integrando l’esprimibile con l’inesprimibile, facendoci carico del rimbombo così come dell’imponente silenzio del mondo, probabilmente entreremmo in una porzione di “contatto stratosferico” con l’intorno, in un gioco consapevole di conquista dell’istante, attraverso la magia della presenza.

Gettiti di parole e suoniIntervista di Gioia Lomasti ad AnnaLaura Longo  (apparsa su vetrinadelleemozioni.blogspot.com)

A che età hai cominciato a scrivere ?

Il piacere per la scrittura è affiorato e ha preso vita decisamente presto. Amo in genere ricordare alcune “ primordiali “ esperienze di messa a fuoco – si potrebbe dire – delle mie personali possibilità espressive : mi riferisco ad alcuni testi di drammaturgia concepiti e maturati già nel periodo scolastico, all’ interno di percorsi in cui si affiancavano esperienze di recitazione a esperimenti di vera e propria stesura di testi. Testi che poi confluivano in appuntamenti con il pubblico. Emergeva e si delineava già in quelle circostanze una volontà di dedizione, un gusto nel “soffermarsi con cura” all’ interno dei meccanismi e delle dinamiche di scrittura , per dare forma al linguaggio in maniera possibilmente netta nonché personale e inoltre per dare peso e struttura alle idee emergenti attraverso le parole, eleborando scelte puntuali e volenterosamente attente. In parallelo si snodava – diventando saliente – la mia formazione musicale. Risalgono infatti al medesimo periodo alcuni brevi testi plasmati anche in senso sonoro. L’ approdo al verso tuttavia ha richiesto un lungo e lento consolidamento della prassi e più di tutto un’ immersione cruciale nei circuiti dell’ esistenza. 

Come scrivi le tue opere, su carta o sul computer ?

I testi nascono prioritariamente come “ gettiti di parole “, disseminati su carta a mo’ di addensamenti, volutamente caotici e obliqui. Questo lo stato nascente. Il successivo passaggio consiste nell’ estrapolare quei blocchi di parole che più apertamente – o talvolta nascostamente – mi appaiono dotati di una buona fertilità o di un appeal vigoroso, in grado di   tradurre appropriatamente quelle che sono le curve o le linee rette della sensazione vigente.

I testi escono di getto o li elabori ?

Dopo le prime ( e quasi astratte ) stesure segue un calibrato e amabile lavorio, che mira a impreziosire o a sfrondare, a seconda delle circostanze. Impreziosire e sfrondare sono dunque, misteriosamente, gesti ausiliari che facilitano di gran lunga il mio impegno teso a somministrare – sperabilmente – nuove gocce di forza interna a versi che sono stati appunto già delineati. Amo soffermarmi in particolare sull’ aggettivazione, che risponde a un piglio marcatamente avventuroso. Il dosaggio ritmico e l’ interesse per la creazione di immagini di grintosa visionarietà sono due aspetti altrettanto evidenti.

Qual’ è la tua atmosfera ideale per la scrittura ?

Quella che concorre a entrare nei confini di un “giusto respiro”, in una scorrevolezza del sentire così come del pensare. Paragono la scrittura a un abile lavoro di tessitura in cui vige un peculiare andamento, che a sua volta va a generare vive miscele ( ora fluide ora magmatiche ) di stati d’ animo ed energie, e inoltre eterogenei flussi di idee o di puri concetti . La poesia consiste in un’ interessante e costante ESTRAZIONE . 

In una parola che cos’è per te la scrittura?

La scrittura è una possibilità di INCEDERE senza veli o cortecce.

Cosa traspare dai tuoi testi ?

L’ elemento distintivo è dato in realtà dall’ esplicitazione di un criterio componibile del far poesia, o meglio del far arte-poesia . Sono interessata a una migrazione della parola verso il materico, verso il palpabile . Il mio operato è di norma pluridirezionale, non però dispersivo : dalla parola, al suono, al segno, all’ oggetto la mia ipotesi segue e vive di una logica stratificata . Oltre a una proposta di testi poetici specifici quelli che dunque vengono spesso da me azionati sono dispositivi e squarci performativi in cui il pubblico è invitato a immergersi   quasi in “ congegni ruotanti “ dotati di plurime sfaccettature e giustapposizioni, al cui interno si rilevano varchi ma evidentemente anche ombre. Risulta essere soggiacente in tutto ciò una propensione allo scavo, uno slancio per una sagomatura della parola. La parola che cerco mira ad avvolgersi di una ferrea gravità, ma al contempo sceglie di lasciarsi inglobare nei sentori della modernità . Di qui il tentativo di  ricerca per lo più incessante .

Perché secondo te la poesia ha minor pubblico rispetto alla narrativa, tanto da esser considerata di nicchia?

La poesia presumibilmente affonda in diversi abissi o si accende di diverse luminosità rispetto alla narrativa. Non prevede necessariamente un ancoraggio, piuttosto uno svincolamento dal comune “ star dentro le cose”. È diverso il vento che spira e diversa la temperatura in cui la poesia invita ad incapsularsi. Il lettore spesso fatica ad accogliere tali impulsi . Al contrario ci vorrebbe una volenterosità di scoperta delle risorse e soprattutto delle strepitose varietà e tensioni proprie della scrittura, un’apertura a scandagliarne le sottigliezze, le problematicità, gli snodi simbolici. Non è affatto irrilevante l’importanza della modalità di proposta che dovrebbe essere spigliata e non desueta.

A tuo parere cosa occorre per diventare un bravo scrittore o scrittrice?

Una radicalità compatta che testimoni a sua volta un posizionamento vibrante nei confronti dello stare in vita, anche meramente nel quotidiano   Mi piace pensare che possa esserci una solidità, una pulsante ritmicità che si accompagni ad un’egregia maestria nel trattamento e nella gestione del linguaggio, in sostanza una densa e valida geometria del gesto scrittorio. Non sarà  sufficiente  però un coacervo di abilità, aggiungerei sicuramente l’importanza di quelle necessarie e ampie “fasce di intensità “ possibili . La scrittura degna di rilievo ha in definitiva un suo aroma, un suo peso specifico, tende a differenziarsi e a dare – beneficamente – ” tremore “.

Hai nuovi progetti in cantiere? Puoi svelarci in esclusiva delle news?

Probabilmente bisognerà qui ricordare il mio perseverante e prevalente impegno anche in ambito musicale . Si stanno tratteggiando in questo periodo nuove date, seguendo un desiderio scalpitante di internazionalizzazione della mia prassi musicale. Sono due in particolare i récital di cui sono portatrice ultimamente, in qualità di pianista solista e performer, intitolati rispettivamente : SUONI ICONICI/ Musiche del tempo corrente  e Lunghe le mani sfilate dal suolo. Trattasi di itinerari pianistici per lo più incentrati sulle ricerche sonore del tempo presente . Per quanto concerne la mia indagine sul verso è già in parte stata forgiata una nuova raccolta che attualmente attende una sua necessaria macerazione, prima di andare in stampa . Trovano una buona integrazione anche i miei ulteriori lavori di progettazione e realizzazione di opere di stampo visuale. Nello specifico è in fase di completamento l’ impianto Nelle zone di un invalicabile grano, comprendente molteplici paia di calzature infradito ottenute dalla combustione di fette di pane di disparate misure, indicatrici di malcontento generazional-epocale ( in riferimento proprio ad alcuni testi contenuti nel volume Procedure esfolianti inerenti la tematica del potere).  All’ interno di un paesaggio così variegato il mio compito consiste nel provare ad avvolgere il tutto in un’ unico abbraccio inglobante. A prescindere dai suddetti progetti di costruzione fattiva si muovono però – e si addentrano – nelle mie giornate perlomeno i tentativi di ricavare auspicabili spazi e tempi da consegnare alla purezza della riflessione, allo studio ( e in particolare alla frequentazione assidua con il mio strumento), all’ ascolto, alla lettura , all’ incontro con la natura e con le nutrienti emergenze dell’ arte, alla coltivazione di pregiati silenzi. E si accompagna instancabilmente   l’ impegno per una possibile – e di certo impegnativa – preziosità dei rapporti in generale . Tutto scorre.

Tra poesia e narrativa cosa scegli e perché?

Per entrambe ci saranno sicure zone di accoglienza, secondo un criterio di versatilità. In ogni caso desidero precisare che, in qualità di lettrice, mi ritrovo a contemplare spesso la necessità di effettuare accurate ri-letture, non soltanto letture. Esse offrono intriganti occasioni di affondo e approfondimento, con possibilità di veri e propri disvelamenti.

Elencami i libri che hai pubblicato con titolo e un aggettivo o una parola che li rappresenti.

Plasma . Sottomultipli del Tema “ Ricordo “ ( Fermenti ) ESTERREFATTO

Nuove rapide scosse retiniche ( Joker ) PROPULSORE

Procedure esfolianti  ( Manni ) SEGMENTATO e INTREPIDO

Numerose sono anche le pubblicazioni di miei testi   in antologie, cui si aggiungono   articoli e scritti per riviste e per il web.

Cosa pensi del mondo virtuale rispetto alla promozione dell’ arte? Ritieni che internet sia un valido strumento di visibilità ?

Innegabilmente. C’è da stare all’ erta rispetto al rischio di totale e fagocitante assoggettamento. Sono in genere vigilante rispetto a qualsivoglia forma di monopolio.

Hai un sogno nel cassetto ?

Il mio è un cassetto dove far rientrare nuovi approdi e nuove configurazioni, dove far confortevolmente adagiare il “ tessuto “  delle mie idee, dei miei pensieri. Ma è soprattutto lo spessore e la vicinanza con “ l’ intorno “ che mi sta a cuore.In Procedure esfolianti – con riferimento al mito di Dafne – ipotizzo il realizzarsi di una valida e metaforica esfoliazione. Ebbene anche per me stessa prefiguro dei ciclici e maturanti risvegli. Sono del resto di tanto in tanto  suscettibili di modifiche i nostri assetti e le direzioni dei nostri passi nel mondo. Auguro pertanto anche ai lettori un buon livello di trepidazione e di re-invenzione interna, da coniugare con un serio impegno per una costruzione e accensione di una  personale e vivida realtà.